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ero quello che ti ha dato la precedenza, quel giorno che avevi molto da fare. Sono Antonio Rapisarda, giornalista.
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Di quello che penso e scrivo potreste, anzi dovreste, non avere bisogno.
Qua deve spingervi solo l'esigenza di "altro".
Quello strano sentimento che a volte fa andare da un'altra parte. Nonostante il vento.



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10 settembre 2008

Lettera aperta ai politici del sud



di Pio Belmonte
 
Sarebbe finalmente il caso di piantarla con la contrapposizione nord-sud, e questo lo sappiamo tutti. Ma io volevo dire un'altra cosa: la volevo dire da parte del sud, a nome del sud, in difesa del nord.
Che io sia meridionale non ci sono dubbi: amo Totò, di cui ripeto ogni battuta a memoria, finendo persino a gareggiare (con risultati di assoluto valore) con napoletani cresciuti e pasciuti (soprattutto) all'ombra del Vesuvio; adoro Napoli, fino ad essere devoto amante di Eduardo in privato, pur negandolo in pubblico, accidenti a lui e alla sua snob, maledettamente fascinosa, commedia moderna; adoro Salerno, elegante come un'architettura greca, persino nei suoi connotati sociali, rimango di sasso di fronte all'orizzonte Greco-Saraceno-postmoderno di Taranto (che ne fai di Venezia?). E la Sicilia, poi...
E non guardo, in un pomeriggio a Catania, i monumenti. Guardo le facce, favoleggio di viverci, in quel guazzabuglio mediterraneo che atterrisce milanesi e romani come se fosse un'arena cudele. E mangio salato, assalto il cuore di una donna come se fosse un dovere di famiglia farlo, e farlo bene. E ho sempre tifato Napoli, quando ero l'unico in classe: forza Napoli, io e papà.
Più mi guardo e più mi rendo conto della mia meridionalità: riesco persino a cogliere i caratteri comuni del Lucano e del Campano (mica facile), l'inquietudine del mare degli antichi e moderni Enotri e la fascinazione del blu dei figli cafoni dei magnogreci (incorregibili).
Nell'ordine vedo il parziale sopruso, che sfugge a voialtri italiani. Del caos, d'altronde, mi disgusto per ovvie ragioni. La roba 'che si butta', mi provoca un senso fisico di dolore. Vicino allo stomaco.
Sono talmente tanto meridionale che la prima volta a Milano, alla veneranda età di trent'anni, me ne sono invaghito. Avrei guardato con ammirazione la splendida modernità dei marocchini alla stazione, per dire.
Allo stesso tempo, non ci vivrei mai. Chissà perchè, poi.
 
E chiarito questo, perchè si sappia, torniamo a noi.
Una parola sola, ai miei rappresentanti nelle istituzioni: 'finitela', col meridionalismo furbetto alla Italo Bocchino (ma che cazzo di nome, poi: non ci credo che è vissuto al sud..): finitela con l'irredentismo della 'terra espropriata', chè i nostri rappresentanti hanno le tasche che rigurgitano oro. Io vivo in Lucania, e non vedo nè abbandono istituzionale, nè menefreghismo dello stato. Vedo privilegi a pioggia, vedo montagne di denaro pubblico regalate, vedo lassismo, accattonaggio istituzionalizzato.
Stiamo campando da decenni sul complesso di superiorità del nord, che beota com'è (oh, se lo è, cazzone fradicio...) continua a credere alla favola del regno sfortunato (l'invasione, certo, ma sono passati 150 anni!), ed esborsa denaro sudato in cambio del sorriso cicciottelo del mendicante.
Vedo gente che non lavora e viene pagata, non fa politica e viene omaggiata, mentre i loro padri si alzavano alle tre di mattina per quattro chili di patate, ecco cosa vedo. La fine della cultura, mentre due manifesti su tre, nelle strade del centro, contengono la parola 'culturale'.
 
Mi vergogno come il ladro che non sono, ma che mi costringono ad essere.
Il mio sud è giovane, forte, ed ha gambe e braccia, ma chiede la carità per scolarsi una bottiglia.
Sono mortificato.




permalink | inviato da Memorie dall'invisibile il 10/9/2008 alle 12:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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