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12 ottobre 2008

Ci salverà Afrodite?




di Antonio Rapisarda (Secolo d'Italia 12/10/2008)

Se si dovesse avverare l'intuizione di Jams Hillman - che parla di "fame della bellezza" come l'istinto che dovrà risvegliare il mondo moderno dal torpore e dalla crisi - l'Italia, patria del bello per destino, è destinata ad essere letteralmente invasa da orde entusiaste di esteti "rinati".
Ogni volta che James Hillman è ospite in Italia succede che il frutto dei suoi incontri diventi spesso e volentieri un libro. È già successo con la conferenza sul mito di Capri, da cui è nato “La giustizia di Afrodite”, e a Siracusa, dove un ciclo di lezioni tenute sei anni fa insieme al preside della facoltà di Architettura Carlo Truppi ha prodotto “L’anima dei luoghi”. Non si sa se anche la lectio magistralis che il filosofo, scrittore e psicologo americano ha tenuto martedì scorso sempre a Siracusa (su “L’anima dei luoghi. Il corpo nello spazio”) si tradurrà in un’altra pubblicazione. Ciò che è sicuro è che dalle sue conversazioni – così come dalle domande sulla storia, la società e il futuro di questa – James Hillman riesce sempre a declinare la riflessione secondo la sua originale e dibattuta ottica della psiche.

«Il mondo è un’esperienza estetica», ama ripetere lo studioso junghiano. E su questo - che è un manifesto, uno slogan e un progetto di vita - Hillman insiste, tanto da considerare il momento stesso della crisi internazionale come causa di un distaccamento dal canone della bellezza. La riflessione può partire dal concetto di “luogo” il quale, come spiega, «sta diventando ogni giorno più brutto»: dall’abuso edilizio fino «alla panchina rotta abbandonata sul parco». Per Hillman, insieme a ciò, anche «la politica rende il mondo più brutto e l’anima mundi ne soffre». A tutto questo e per tutto questo il rimedio dello psicologo è la “bellezza”.

«Coniugare estetica e politica, o bellezza e città, può sembrare un’idea decisamente azzardata ai giorni nostri, mentre era comune e fondamentale nella vita della Grecia antica». Così Hillman – nella prefazione de “La politica della bellezza” - spiega la necessità e l’importanza del fattore estetico nella prassi politica dell’antichità. E aggiunge: «Una popolazione turbolenta veniva placata dalla bellezza e dalla edificazione della bellezza». A questa constatazione si unisce poi l’avvenuta maturazione del pensiero dello psicologo, che dà al termine bellezza una veste neoplatonica: «Se l’anima, come dice Plotino, “è sempre un’Afrodite”, allora essa ha sempre a che fare con la bellezza, e le nostre risposte estetiche sono la prova dell’attiva partecipazione dell’anima al mondo». Da ciò si innesta l’intuizione del concetto di anima mundi: «La nostra psiche personale è sintonizzata con il presentarsi dell’anima del mondo». Non darsi una risposta, o ignorare l’impulso estetico della psiche è la colpa “storica” della società contemporanea. Proprio per questo sono chiari gli obiettivi polemici di Hillman: questa condizione di “ignoranza” del mondo è da addebitare all’economia, alla comunicazione e allo stile di vita in generale. E Hillman denuncia: «Se noi cittadini non facciamo caso all’assalto del brutto, restiamo psichicamente ottusi, ma siamo ancora affidabilmente funzionali come lavoratori e come consumatori». La depressione e la rabbia, allora, verranno addebitate – secondo lo studioso – ai rapporti umani del passato, e non invece alla violenza che «l’istinto estetico riceve nel presente». Come spiega ancora Hillman, «la terapia fallisce il suo scopo quando perde di vista l’importanza quotidiana che Afrodite riveste per l’anima».

Ma chi è e cosa rappresenta Afrodite? È qui che nascono, secondo lo studioso, i problemi per la società occidentale. Perché quest’ultima – con i suoi distinguo e le sue astrazioni - a suo avviso ha “intrappolato” Afrodite, la dea greca della bellezza. E allora, «invitare la bellezza nella psicologia» è la missione di “La giustizia di Afrodite”, il suo ultimo saggio tradotto in italiano da Silvia Ronchey. L’occasione del libro è stato appunto un incontro che si è tenuto a Capri nel settembre dell’anno scorso. In questa occasione, invitato a concludere la rassegna “Le parole degli dei”, Hillman ha cercato di fare giustizia della cattiva reputazione che la dea e i suoi seguaci hanno nella società, quelli cioè «che portano in ogni momento della giornata il segno di Venere nel loro modo di fare, parlare, vestire». Nel disprezzo che la disciplina e gli stessi psicologi manifestano per l’apparenza, discende anche la restrizione dell’idea dell’anima «alla sola invisibile interiorità degli esseri umani». Il motivo di questa restrizione allora va ricercato in quello che lo studioso chiama «il dilemma fondamentale del cristianesimo», cioè la divisione «della bellezza dalla bontà e dalla verità». In tal modo la filosofia cristiana e quella cristianizzata hanno scisso la nozione classica di “kalokagathón”, cioè di bellezza e bontà che erano racchiuse in una sola parola. Di qui la separazione tra etica ed estetica, del giusto dal bello, tanto che – spiega Hillman - «non crediamo che si possa essere insieme buoni e belli, morali e attraenti».

Hillman dà la colpa di tutto ciò al fatto che l’Occidente ha dimenticato le radici mitiche della bellezza. E insiste su un punto: «Sono fermamente convinto che se i cittadini si rendessero conto della loro fame di bellezza, ci sarebbe la ribellione per le strade». Entra in gioco, adesso, la sua “psicologia archetipica”, il cui compito è quello di ascoltare l'anima mundi facendo attenzione ad ogni elemento e ad ogni luogo del mondo perché l'anima li riempie di sé. Quest’ultima non appartiene all’uomo ma è questo che fa parte dell’anima del mondo. Così, ad esempio, fa l’architetto, che secondo Hillman non pensa ma viene “chiamato” dal luogo che deve essere costruito. E così non fanno invece la psicologia e la filosofia, dove la bellezza è stata svilita dalla sua matrice classica.

Della nascita stessa di Afrodite, sostiene il filosofo, non si comprende più la portata del mito. Separando la sfera morale da quella estetica, continua Hillman, non si è riusciti a capire come nella nascita della dea la sua presenza è legata profondamente al concetto di giustizia. Come racconta Esiodo nella “Teogonia”, ad accogliere la nascita di Afrodite sono le Horae (la “giustizia”, la “pace”, il “buon governo”) che sono il simbolo del giusto procedere delle cose, in un dato momento e in un determinato luogo. Bellezza e armonia, quindi. A questo punto, allora, diventa chiara la visione della bellezza per l’autore che – in “L’anima del mondo e il pensiero del cuore” – spiega come «la bellezza non è attributo, qualcosa sì bello, come un bel velo drappeggiato attorno a una virtù: l’aspetto estetico dell’apparenza. Se con il buono, il vero e l’uno non ci fosse bellezza, non potremmo mai sentirli, né conoscerli. La bellezza è una necessità epistemologica; è il modo in cui gli dei toccano i nostri sensi, raggiungono il cuore e ci attirano nella vita». Ecco la distanza che intercorre fra civiltà classica e popolo del razionalismo filosofico.

Ed ecco, allora, la necessità di quella che James Hillman chiama “risposta estetica”: «Se non ci battiamo, se non ci esprimiamo in favore del nostro senso estetico, quel velo funebre che è la conformità ottundente finirà per togliere ogni forza al nostro linguaggio, al nostro cibo, ai luoghi dove lavoriamo, alle strade delle nostre città». Bisogna indirizzare la protesta contro l’ottusità, invita Hillman, ciascuno può essere «un eroe del cuore», perché questa risposta individuale «va più in profondità delle consuete proteste sui generi, sul razzismo, sull’ambientalismo». Non c’è ideologia o volontà di strutture sociali, continua il filosofo, in quanto «siamo al servizio dell’inestinguibile desiderio di bellezza che ha l’anima».

Proprio dalla riflessione sulle esigenze elementari dell’uomo si può inquadrare anche l’intervento di James Hillman al “Social Summit” di Roma, incentrato sull’utilità sociale della paura. Per Hillman, infatti, «senza paura staremmo sotto al temporale senza timore dei lampi. È la paura che ci fa capire che ci sono dei pericoli». Questa, come le patologie della psiche, «è in sé sana». È, insomma, un’espressione della autonomia dell'anima, che crea angosce attraverso le quali si riesce a sperimentare la vita. Ascoltare l’anima è il modo, quindi, per affrontare le paure. Ma, secondo Hillman, c’è un rischio: «Lo Stato non può contare sulla paura come tale per produrre coesione sociale, anche se questo di tanto in tanto avviene, come nel caso dell’undici settembre». Qui, come spiega Hillman, «il vuoto delle parole coinvolge la nostra psiche, così come avviene per la disonestà e la retorica». Scongiurato questo, allora, ecco che l’allarme per una situazione di crisi può essere “utile”. Così lo studioso spiega la sua posizione sui problemi geopolitici e finanziari del momento, in un’intervista al “Corriere della Sera”: «Per me questo è un allarme salutare. Una sveglia per tutti, non solo per i padroni della finanza o gli uomini di Stato». Ecco che qui sta per Hillman la capacità dell’uomo e della società tutta di riuscire ad interpretare i segnali e i messaggi che il mondo lancia. Su questo punto Hillman ritiene che si dovrà essere necessariamente sensibili, ad esempio, ai temi dell’ambiente: il rischio, precisa lo studioso, è che l’economicismo, la distruzione dell’ambiente in nome del pragmatismo, possano essere dei sintomi di repressione della bellezza. Proprio tale visione del mondo, infatti, sarebbe un’ennesima prova della mancata comprensione del mondo occidentale del sentimento di armonia. Quello che svela la presenza intima di Afrodite.




permalink | inviato da Memorie dall'invisibile il 12/10/2008 alle 21:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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