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16 settembre 2008

Antifascismo, collezione 2008




di Pio Belmonte

Non che ci sia di nuovo qualcosa, nella posizione di Gianfranco Fini, espressa ieri a proposito dell'antifascismo. L'inaspettato crescendo dell'ideologo è stato sì lento, sì impercettibile, ma più che mai annunciato e prevedibile. Gianfranco Fini è un antifascista.
Come tanti ex-fascisti, egli ritiene che non si possa essere democratici senza essere anche, indistinguibilmente, antifascisti. Una costruzione che non merita, ai giorni nostri, tanta attenzione, ma che, siccome affermata con insolenza, non può non imporre a chi sa rispondere di ricacciare tanta ingiustizia nella gola dalla quale proviene.
Storia o non storia, l'antifascismo è sotto gli occhi di tutti, ancora nel 2008.
L'antifascismo fu l'ideologia con cui il PCI rivestì sè stesso di un alibi democratico.
Di fatto, subito dopo il fascismo, nessuno aveva bisogno del fascismo nè del suo opposto, tantomeno se tale opposto, poi, ne fosse una specie di surrogato di segno meno. Nessuno aveva bisogno, tra le macerie fumanti, di altre retoriche progressive, di altro odio persecutorio, di altri rinnegamenti. La gente aveva voglia, e bisogno urgente, di pace.
Ne costituisce prova il fatto che i fascisti se li litigassero come ad un'asta pubblica. Togliatti li voleva nel PCI, Pio XII li voleva nella DC, le pubbliche amministrazioni negli organici. E' naturale, il fascismo era l'Italia, e non si poteva prescindere da una intera nazione, per sostituirvene un'altra.
A questo livello il fascismo è morto; è il "caro estinto", divenuto antipatico e ingombrante, che se ne va. Qualcuno lo piange, qualcuno lo ricorda, altri tirano il classico sospiro di sollievo.
Poi succede qualcosa. Succede che il PCI annusa la possibilità di governare, ma nel clamoroso imbarazzo di farlo in uno stato "borghese", quindi spregevole e tirannico. Urge la dittatura del proletariato, o tocca trovare uno straccio di giustificazione al potere.
Il PCI, dal canto suo, non è in grado di fare una rivoluzione, perchè il patrimonio di voti che si è conquistato è un patrimonio evanescente, che sfuma in un attimo, se posto di fronte alla prospettiva di abbattere le chiese, di cannoneggiare le città e di chiamare i rinforzi russi per costituire i consigli di fabbrica. I comunisti italiani, al tempo, sono persone semplici, cattoliche, perbene. Sono socialisti rintronati.
E allora la soluzione, come del resto era normale che fossero abituati a pensare gli italiani di allora, la dà Mussolini. Viene riesumato il fascismo, ma questa volta non è fascismo vero. E' un fascismo legato dall'alto coi fili, funzionale al solo scopo di minaccia.
E difatti il fascismo, negli uomini che lo avevano fatto, continua a fare carriera politica, fratello tra i fratelli, nella nazione dove nessuno è estraneo. Tutti gli ex-fascisti che vanno a riempire i quadri dirigenti politici e istituzionali della nazione, come se niente fosse, portano avanti l'anelito novecentesco (e quindi fascista, seppure abusatamente) del progresso morale, del progresso tecnico e burocratico, della competetenza e del merito, almeno per qualche decennio. E scrivono leggi, approvano atti. Continuerà il senso statale e unitario della gestione pubblica, permarranno gli assetti sociali e industriali del paese così come li aveva voluti Mussolini. Lo stesso Benito nazionale, prima di morire, aveva scritto nero su bianco che un vero fascista avrebbe divuto seguire il destino d'Italia, qualunque cosa accadesse, facendo umilmente il suo servizio di cittadino, di padre e di figlio ecc. La figura del fascista golpista è profondamente antimussoliniana.
Mentre l'Italia fascista, con le sue idee, si integra nel nuovo clima e ne costituisce forse l'apparato meglio definito, riprende vita il fascismo; anzi, il pericolo fascismo.
E si scopre, per magia, che Mussolini è stato per gli italiani nientemeno di ciò che Hitler è stato per gli Ebrei; che il fascismo aveva impoverito l'Italia (che quindi, immaginiamo, prima era florida), aveva corrotto lo stato (che pertanto prima era una vergine martire). E si scopre soprattutto che il fascismo non era Mussolini. No. Il fascimo era una categoria storica  dello stato borghese. Nel fascimo si sublimavano le paure espresse il secolo precedente da Marx, il fascismo era la borghesia che tiranneggiava i poveri con la scusa della patria.
Era, il fascismo redivivo (o, almeno, redivivibile) la dimostrazione che, gira e rigira, Marx ha sempre ragione.
E indovinate, voi del 2008, quale paladino aveva dalla sua il popolo, contro tanta perversione? Ma il PCI, è ovvio.
E così, di progressione in progressione, fascismo diventa tutto ciò che non è marxista. Fascista diventa la borghesia, fascista diventa il clero, la fabbrica di proprietà, la voce troppo alta, il tram affollato, lo spazzino maleducato. Fascista diventa chiunque non sia comunista, perchè alla prova del nove non è antifascista.
Ve lo ricordate Longanesi che ascoltava, nel '42-'43 mi pare, seccato, il podestà invasato che guardava il sole e ne ammirava con piglio patriottico la bellezza? Egli supponeva che da un momento all'altro il suo fanatico amico, al sole, gli avrebbe dato del fascista. Ecco: l'Italia, di cialtroni così, di gente che giustifica il proprio potere evocando spiriti, ne aveva dovuti sopportare già, un fascismo-anti non serviva a nessuno.
Ed è per questo che tale astruso alibi politico, tale cialtronesca minaccia, per la quale si sarebbe dovuta cominciare una guerra preventiva contro un nemico putrefatto al solo scopo di consacrare il guerriero, non potè far breccia nella cultura che durante il boom economico, quando oramai, mercè madama borghesia, il presente era roseo e appariva sicuro, e il passato era abbastanza lontano da poterne sparlare, senza fare la figura di chi sputa nel piatto in cui mangia.
Che poi, a dirla tutta, fece breccia solo tra i ceti agiati.
Ma l'antifascismo non ha solo il carattere imbroglione di legittimare il PCI, facendo dimenticare ad un tempo che aveva meno voti della DC e che propagandava un regime tirannico a sua volta; l'antifascismo, come tutti i demoni, ha vita propria rispetto a chi lo evoca.
L'antifascismo si fa quindi in un attimo "memoria condivisa", e la guerra che fecero pochi vendicativi diventa la guerra di tutti, e così il PCI, senza forse nemmeno volerlo, è costretto dalla coerenza ad appropriarsi moralmente di una sequela di massacri che solo la fantasia può giustificare con la politica. A nascondere le foibe, a giustificare la volante rossa, a giustificare questo e quello purchè facessero qualcosa di antifascista.
La verità è un'altra.
La verità è che si uccise gente meno fascista dei loro carnefici. gente che in quelle paure marxiste di tetre dittature borghesi, di operai morti dentro le miniere, non aveva alcuna parte. Gente che aveva creduto giusto combattere lì, gente che poteva stare imboscata e invece, per spirito umanitario credette, rimbambita dall'idealismo del novecento, che l'umanità avesse bisogno di guerra, guerra e guerra per riscattarsi. Si uccise per vendetta, punto. E non si uccisero i cattivi, nè si credette di uccidere i cattivi, i carnefici, dacchè chi li uccideva spesso era disposto senza dubbi a portare il bolscevismo in Italia come fosse uno scherzo; si uccisero consapevolmente i militanti dell'ala opposta dello stesso delirante partito.
La riprova è nel fatto che, ad essere precipitati nella foiba di questo inganno sono stati anche i partigiani non comunisti, consegnati spesso ai tedeschi da altri partigiani, e infine umiliati dalla storia in cattedra col silenzio e la diffamazione. Via, fascisti anche loro, reazionari borghesi.
Come fascisti erano i ragazzi trucidati negli anni di piombo. Se Concutelli ammette di essere un assassino, Sofri (che militarmente vale una chiappa di Concutelli) si dichiara prigionier politico. Per forza: uno ammazzava persone dichiarandoli traditori, l'altro ammazzava gente dichiarandole fascisti; c'è una bella differenza, che fatico ancora, però, a capire.
Ecco l'antifascismo, ed ecco spiegato perchè un democratico può nascere tale (come non è capitato a me), o può diventarlo (e questo sono io), senza passare per la sezione locale del PCI.

Fa bene Gianfranco a dirsi antifascista. Egli lo è, e precisamente va ascritto nella categoria di quelli che vi sono arrivati per calcolo, che giustamente, in genere, sono i più zelanti.
A noi, Gianfranco, non può dare dei fascisti. Noi lo siamo stati meno di lui, pur essendolo stati meglio di lui.

E fa bene la sinistra ad attaccare Berlusconi e dargli del fascista (più o meno implicitamente). Egli è la fine dell'antifascismo.
Al presidente Berlusconi poi, Gianfranco, non può dare del fascista. E questa è la conferma che abbiamo avuto, dopo tutto il tempo passato a chiedere pace e ricevere bastoni, ragione.
Addio mamma, torno a primavera.




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15 settembre 2008

Un campione chiamato Borgonovo




di Giuseppe Malaspina

Insieme a Roby Baggio formava una coppia irresistibile. Quando, sul finire degli anni Ottanta, gli striscioni della curva Fiesole erano tutti per loro due, la Fiorentina ricordava alle altre squadre di essere stata una ‘grande’. E perfino alla Juventus, la rivale di sempre, storicamente più blasonata, non riusciva l’impresa di espugnare il ‘Franchi’. La sua figurina e quella di colui che sarebbe presto diventato il ‘divin codino’ andavano a ruba fra gli adolescenti di una Firenze sempre più colorata di viola. Che si accendeva quando la palla finiva fra i suoi piedi. Stefano Borgonovo è stato un grande centravanti. La stagione 1988/89, la sua annata più prolifica. Quattordici reti per salutare la tifoseria gigliata e regalarsi un meritato passaggio al Milan, dove ha lasciato altri buoni ricordi in campo internazionale con la conquista della Coppa dei Campioni. Oggi Stefano ha 44 anni ed è affetto dalla Sla. Perfido acronimo che sta per ‘Sclerosi laterale amiotrofica’. Ennesima vittima di un morbo che aggredisce progressivamente il sistema nervoso, non lasciando scampo ai neuroni di moto. Inchiodato a un letto, proprio lui che amava rincorrere il pallone nell’area di rigore avversaria., e costretto a comunicare con l’esterno mediante un sintetizzatore vocale che ‘legge’ ad alta voce i suoi sguardi. Potenza della tecnologia per fronteggiare l’attuale impotenza della scienza medica. E sua moglie Chantal è l’ennesima compagna coraggiosa che non esita a prendersi cura del marito più sfortunato. Ma dotato di una impareggiabile grinta e di una sorprendente ironia, con cui racconta al mondo la sua personale vicenda umana. Alle telecamere di Sky Sport 24 ribadisce la sua viscerale passione per uno sport che è stato la sua vita, “io amo troppo il calcio e mi rifiuto di pensare che la mia è una malattia del calcio”, manifesta la sua voglia di continuare a lottare, “anzi se potessi scenderei in campo, in cortile o all’oratorio e andrei a giocare”, e rende pubbliche le proprie intenzioni, “voglio creare una Fondazione Borgonovo per aiutare la ricerca e gli ammalati come me”. Il mondo del calcio si è mobilitato organizzando un’amichevole fra Fiorentina e Milan, il prossimo 8 ottobre, a Firenze. In campo, anche ex compagni di Stefano. L’incasso sarà devoluto in beneficenza per finanziare le ricerche sulla Sla. Che continua a mietere vittime fra i calciatori professionisti al punto che il procuratore del Tribunale di Torino, Raffaele Guariniello, ha parlato di “un dato epidemiologico inquietante” nel mondo del calcio dove “si muore sei volte di più di Sla che nella popolazione generale”. Le statistiche parlano chiaro. A fronte di 6 casi ogni 100mila abitanti, ne sono stati individuati 8 su un campione di oltre 7mila calciatori. Numeri che confermano una relazione, non ancora definitivamente provata, fra la patologia e il calcio. Sono anche stati ipotizzati diversi fattori, verosimilmente concatenati all’insorgere della Sla. Si va dalla predisposizione genetica ai ripetuti traumi alle gambe e al capo, dall’intenso sforzo fisico all’uso di alcuni diserbanti sui terreni di gioco. Oltre all’utilizzo smodato di antinfiammatori, pratica frequentissima negli spogliatoi degli ultimi anni. L’ombra del doping, invece, testimoniata da libri denuncia come ‘Nel fango del dio pallone’ di Carlo Petrini, ‘Palla avvelenata’ di Fabrizio Calzia e Massimiliano Castellani, e ‘Il terzo incomodo’ di Ferruccio Mazzola, non sembra ancora intorbidire l’insieme delle probabili cause, origine della Sla. La prova del nove è offerta dal ciclismo, categoria non certo avulsa dalla viscida mano del doping, tuttavia priva di ammalati di questa rara e devastante sindrome. Che, oltre a Borgonovo, ha colpito attualmente altri tre ex calciatori professionisti, come lui usciti allo scoperto. Senza contare chi, invece, ha deciso di rimanere nell’anonimato. Perchè di fronte a un nemico così subdolo, il primo passo, quello più faticoso, è l’accettazione. Il secondo, che gli fa rima, è la sensibilizzazione.




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10 settembre 2008

Lettera aperta ai politici del sud



di Pio Belmonte
 
Sarebbe finalmente il caso di piantarla con la contrapposizione nord-sud, e questo lo sappiamo tutti. Ma io volevo dire un'altra cosa: la volevo dire da parte del sud, a nome del sud, in difesa del nord.
Che io sia meridionale non ci sono dubbi: amo Totò, di cui ripeto ogni battuta a memoria, finendo persino a gareggiare (con risultati di assoluto valore) con napoletani cresciuti e pasciuti (soprattutto) all'ombra del Vesuvio; adoro Napoli, fino ad essere devoto amante di Eduardo in privato, pur negandolo in pubblico, accidenti a lui e alla sua snob, maledettamente fascinosa, commedia moderna; adoro Salerno, elegante come un'architettura greca, persino nei suoi connotati sociali, rimango di sasso di fronte all'orizzonte Greco-Saraceno-postmoderno di Taranto (che ne fai di Venezia?). E la Sicilia, poi...
E non guardo, in un pomeriggio a Catania, i monumenti. Guardo le facce, favoleggio di viverci, in quel guazzabuglio mediterraneo che atterrisce milanesi e romani come se fosse un'arena cudele. E mangio salato, assalto il cuore di una donna come se fosse un dovere di famiglia farlo, e farlo bene. E ho sempre tifato Napoli, quando ero l'unico in classe: forza Napoli, io e papà.
Più mi guardo e più mi rendo conto della mia meridionalità: riesco persino a cogliere i caratteri comuni del Lucano e del Campano (mica facile), l'inquietudine del mare degli antichi e moderni Enotri e la fascinazione del blu dei figli cafoni dei magnogreci (incorregibili).
Nell'ordine vedo il parziale sopruso, che sfugge a voialtri italiani. Del caos, d'altronde, mi disgusto per ovvie ragioni. La roba 'che si butta', mi provoca un senso fisico di dolore. Vicino allo stomaco.
Sono talmente tanto meridionale che la prima volta a Milano, alla veneranda età di trent'anni, me ne sono invaghito. Avrei guardato con ammirazione la splendida modernità dei marocchini alla stazione, per dire.
Allo stesso tempo, non ci vivrei mai. Chissà perchè, poi.
 
E chiarito questo, perchè si sappia, torniamo a noi.
Una parola sola, ai miei rappresentanti nelle istituzioni: 'finitela', col meridionalismo furbetto alla Italo Bocchino (ma che cazzo di nome, poi: non ci credo che è vissuto al sud..): finitela con l'irredentismo della 'terra espropriata', chè i nostri rappresentanti hanno le tasche che rigurgitano oro. Io vivo in Lucania, e non vedo nè abbandono istituzionale, nè menefreghismo dello stato. Vedo privilegi a pioggia, vedo montagne di denaro pubblico regalate, vedo lassismo, accattonaggio istituzionalizzato.
Stiamo campando da decenni sul complesso di superiorità del nord, che beota com'è (oh, se lo è, cazzone fradicio...) continua a credere alla favola del regno sfortunato (l'invasione, certo, ma sono passati 150 anni!), ed esborsa denaro sudato in cambio del sorriso cicciottelo del mendicante.
Vedo gente che non lavora e viene pagata, non fa politica e viene omaggiata, mentre i loro padri si alzavano alle tre di mattina per quattro chili di patate, ecco cosa vedo. La fine della cultura, mentre due manifesti su tre, nelle strade del centro, contengono la parola 'culturale'.
 
Mi vergogno come il ladro che non sono, ma che mi costringono ad essere.
Il mio sud è giovane, forte, ed ha gambe e braccia, ma chiede la carità per scolarsi una bottiglia.
Sono mortificato.




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31 agosto 2008

Come cavarsela con un "fascista"




di Pietrangelo Buttafuoco   (Il Foglio 30/08/2008) 


Nemmeno il polisemico vocabolo “babbaluci”, ossia “lumaca”, che pure contiene tanti significati, in termini d’insulto può competere con la pluri-pluri-polisemica parola “fascista”. Neppure la lumaca dunque – che oltre alla proverbiale lentezza si trascina un intero repertorio di ingiurie quali cornuto! (perché il lumacone è cornuto), facchino! (perché l’invertebrato si porta dietro un’intera casa) bavoso! (perché l’animaletto si sbava muovendosi), strisciante! (perché infine, la chiocciolina, striscia!) – può pensare di eguagliare in basso l’imperio d’improperio dell’essere identificato quale “fascista”. Siamo nel bel mezzo di fine estate del 2008, più di mezzo secolo ci separa dalla Marcia su Roma del 28 ottobre del 1922 e nell’Italia e nel mondo intero quella parola rotola ancora quale boccia impazzita in cerca di birilli.


Fascista dunque. Bastava pronunciarlo, durante un’assemblea di istituto di un qualsiasi liceo, meglio ancora se classico, perché il discorso del leaderino brufoloso di turno – da sproloquio tronfio e noioso tratto da un improbabile bignami “toninegriano” – in un istante divenisse un richiamo naturale atto a svegliare le coscienze rivoluzionarie della (sempre fino a quel punto sopita) meglio gioventù. Alla meglio gioventù è sempre servita la parola “fascista”. Giusto per recintare il parco giochi dell’ideologia trionfante e preservarsi così nell’incanto del migliore dei mondi possibili. Ancora oggi, due vecchi signori quali Bernard-Henri Levy e André Glucksman, dall’alto dei loro giornali, sentenziano volentieri sul tema, emettono il loro verdetto non senza zitellaggio e l’ultimo arruolato tra le camicie nere è Vladimir Putin. Lo è stato Saddam Hussein “fascista!”, manco a dirlo, lo è Erdogan il premier turco, così come lo sono i cinesi in blocco, e lo sono gli arabi, e gli indoeuropei di Persia e i waziri, i magnifici guerrieri asserragliati nel cuore della terra. Fascisti sono tutti quelli che stanno dall’altra parte della scacchiera d’occidente. Il mondo libero vigila contro l’insorgere del fascismo e quella povera tomba di Predappio forse non accosta l’orecchio alle tremebonde intemerate del consesso civile, dal suo riposo eterno, infatti, il Duce non sembra accorgersi di quello che capita alla parola coniata nel tempo che fu e tutti indistintamente danno del fascista! ad un altro. Non è lo è Gorge W. Bush FASCISTA!, ma ovviamente lo diventa per i ragazzi dei centri sociali alle prese con i loro conati di creatività e libertà. Sono gli stessi che fino a un secondo prima sbottavano contro l’improvvisato tribuno di un qualsiasi liceo, in una qualsiasi versione della meglio gioventù, adesso sono tutto un fremere e un complimentarsi con il compagno che finalmente si è deciso a pronunciare la parola “epocale”. E per il leaderino – ancora acerbo per essere già movimentista nel ’68 come oggi – ciò significava come minino un’abbozzata garantita con la compagna di turno, tra i viali ingialliti dalle foglie in qualsiasi parco di un qualsiasi luogo dell’epica, nella mise autunnale obbligata: negligée, va da sé.

Fascista!. Lo stesso meccanismo torna e si ripete. E non solo tra le “aule sorde e grigie” della scuola che Mariastella Gelimini intende riportare al rigore sabaudo del maestro unico, del sette in condotta e del voto chiaro e cristallino: cinque, quattro o sette e nove, fascista!. Fascista lo troviamo accompagnato, di volta in volta, da un sostantivo di cui ne determina «in modo spesso equivoco e pretestuoso» – citando la definizione – il tratto «reazionario, conservatore e imperialista».

Il gioco di quest’estate, come spiega Gianteo Bordero su Ragionpolitica.it, sembra tra l’altro essere: «Tutti fascisti?». Già, perché dopo l’inaugurazione dei paolini di “Famiglia Cristiana”, la “combriccola del fascio” ha contagiato per infezione di provincialismo e ideologia, anche i pur professorali componenti dell’Associazione Nazionale Magistrati. Ma il gioco nasce da lontano se è vero che – sempre la scientifica definizione ci viene incontro - «nel linguaggio contemporaneo il termine fascismo ha finito per acquistare un valore polisemico e spregiativo, che va al di là del suo significato storico-politico». Non stupisce, quindi, il fatto che si sia parlato di rossi fascisti, di papi fascisti, di antifascisti fascisti, di liberatori americani fascisti, di fascisti con la Mezzaluna e via discorrendo, in una gara pirotecnica sull’ossimoro più ardito.


Ma andiamo con ordine (il fascismo, si sa, vuole ordine e disciplina). Di allarme fascismo ha parlato in queste giornate assolate Giuseppe Cascini, segretario dell’Anm. Ne ha parlato riguardo alla riforma della giustizia e del Consiglio superiore della magistratura, in programma nel prossimo autunno. Cascini spiega che «se introduciamo la politica nel Consiglio, rischiamo di richiamarci a un modello autoritario, ovverosia quello fascista, dove la magistratura non è indipendente dal potere politico, e quindi non tutti i cittadini sono garantiti allo stesso modo». Andiamo dunque con ordine (e disciplina). Prima delle doti divinatorie di Cascini però, a riscaldare la minestra dell’imminente pericolo sul ritorno della Buonanima di Predappio ci aveva pensato il settimanale “Famiglia Cristiana” che – nel suo attacco al governo contro i provvedimenti sui rom denunciati dalla rivista francese Esprit – aveva sentenziato: «Speriamo che non si riveli mai vero il suo sospetto che stia rinascendo da noi sotto altre forme il fascismo». Ma i presunti fascisti non si sono arresi e hanno prontamente risposto a tono: «Di fascista oggi in Italia – tuona Carlo Giovanardi - ci sono soltanto i toni da manganellatore che Famiglia Cristiana consente di usare a Beppe del Colle». Ordine e disciplina allora. Tutti e due i contendenti, a questo punto, sembrano aver preso lezione e ispirazione dallo stesso maestro di filosofia politica. Umberto Eco, semiologo e scrittore,  nei suoi “Cinque scritti morali” si è occupato, infatti, della nozione di “fascismo eterno”: «Il fascismo non era un’ideologia monolitica […] era un esempio di sgangheratezza politica e ideologica». Per questo motivo secondo l’ideologo dell’Italia (sedicente) dei migliori «il termine fascismo si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista». Ecco, quindi, il riferimento colto che teorizza un fascismo “buono” - che è sempre cattivo, ovviamente, è ciò per polisemia del significante del significato – buono per ogni stagione. Lo stesso Umberto Eco, poi, è voluto ritornare sull’argomento in un’intervista all’Espresso del 13 agosto: stavolta – spiegando che il fascismo non è ancora ritornato – ammette però di «sentirne il profumo». E “Eau de parfum Farinacci” (dal nome del gerarca e ministro fascista) è l’etichetta di questa essenza di regime secondo Sergio Luzzatto, il quale sente puzza di fascismo tra l’inchiostro e la carta del liberalissimo e libertario “Libero” di Vittorio Feltri, reo quest’ultimo di spronare in modi troppo “farinacciani” politici, amministratori e diplomazie a uscire gli attributi nelle sedi opportune.

Dopo i politici e i giornali non poteva mancare la polizia fascista. La lezione questa volta arriva dal londinese “Guardian” che si è occupato, con un’inchiesta titolata “La sanguinosa battaglia di Genova” (citazione dal “Bloody Sunday” di Derry, dove i parà di Sua altezza la Regina massacrarono civili irlandesi inermi – eh sì, gli inglesi di massacri se ne intendono), del processo sugli abusi delle forze dell’ordine durante il G8 nel capoluogo ligure. «Questo non è il comportamento di un gruppo di esaltati. Questo è fascismo». Il pensiero si rivolge ai pestaggi e alle umiliazioni denunciate dai manifestanti da parte di poliziotti che – a detta loro – li costringevano a cantare inni al fascismo e al Duce. “Battaglioni del Duce, battaglioni…!”, dunque.

Di fascista c’è il raid, la spedizione punitiva, la manganellata moralizzatrice. Fascista, quindi, è anche il “teorema del Pigneto” – ispirato dalla famosa vicenda di Dario Chianelli, il giustiziere di quartiere romano con tanto di “Che” tatuato che ha assaltato un negozio di immigrati per un torto subito da una donna. Come scrive sul “Giornale” Stenio Solinas: «Questa storia di quello che è di sinistra, ma siccome è violento allora è “un fascista che si ignora” fa un po’ ridere e però fa anche riflettere». Solinas si chiede infatti: «Il fascismo, si sa, è una creazione, anche lessicale, del Novecento. Ora, nei milleottocento anni dopo Cristo che all’incirca ci separano da quella realtà storica […] come saranno riusciti quei poveri disgraziati di pensatori, filosofi, politici, storici, a raccontare il loro tempo senza dare all’avversario di turno l’epiteto prêt-à-porter, senza il quale noi invece non riusciamo a pensare?».

Fascista. Come la festa del cinema di Roma: perché, come scrive il “Times”, il sindaco dal passato fascista non vuole né red carpet né troppe star della globalizzazione hollywoodiana e si permette, per giunta, di volere un po’ più di cinema italiano.


E che dire, poi, della lista “Aborto? No grazie”. Come si è permessi questi – nella civilissima e democratica Bologna, perfino – di portare sul tavolo del dibattito il tema della sacralità della vita? «Scemo», «buffone», «fascista», più qualche uovo e qualche sedia lanciata in testa: così la piazza democratica ha scacciato da piazza Maggiore – per riconsegnarla ai sensibili punkabbestia – il nuovo gerarca barbuto che, incidentalmente, è anche il padrone di casa, ovvero questo giornale.  

Ma a Bologna non è facile essere fascista per nessuno. Il sindaco Sergio Cofferati, per quanto “cinese” lo sa bene. Tanto che “fascista” glielo scrivono dappertutto: sui muri, sulle lavagne di scuola, sui bagni pubblici. C’è perfino un sito (scriviloasergio.noblogs.org) dove è possibile inviare la migliore frase contro il sindaco-sceriffo-fascista con la stella rossa e la tessera Cgil.

Se, secondo Zarathustra, Dio è morto, secondo Piergiorgio Odifreddi – matematico, ateo, agnostico e razionalista – il vicario di Cristo, ossia papa Benedetto XVI è più che vivo: è fascista. «Tutta questa vicenda ha il sapore di una gran furbata». Così lo studioso si riferisce sul mancato discorso del pontefice all’università “La Sapienza” di Roma, al quale ha rinunciato per scongiurare tensioni con gli studenti contestatori. «La verità – spiega Odifreddi - è che al di là del suo tratto umano questo è un papa reazionario, polemico, che cerca la rissa con tutti». Ecco allora il papa «San Fa(rma)scista» sulla copertina di “Liberazione”, quando si oppose alla vendita della pillola del giorno dopo; fino al papa “fascista” e  “talebano” per i fautori dei Dico, quando questo difese il valore della famiglia contro le unioni di fatto.


Ma il Santo Padre non si preoccupi: è in buona e numerosa compagnia. Fenomeno singolare di sincretismo tra paganesimo celtico, cattolicesimo romano e celodurismo meneghino, il “fascismo padano” allarma, tra gli altri, l’ex viceministro Ugo Intini. «La Lega è un fascismo padano. Del fascismo – spiega Intini – ha imitato il razzismo, il populismo, l’intolleranza, il culto del capo. Sbaglia chi sottovaluta l’estremismo leghista: si fece lo stesso con il fascismo nascente».

Non sono “compagni che sbagliano” ma “fascisti rossi”, poi, gli assalitori che si sono accaniti contro il “fascista” Giampaolo Pansa, reo di pubblicare saggi che cercano di completare il quadro sulla guerra civile italiana oltre la dottrina resistenziale. Roba del genere – si intende la pubblicazione, non l’aggressione all’autore - «andrebbe proibita per legge», parola del partigiano Giorgio Bocca (La Stampa 18/10/2006).

E poi c’è il neofascismo per eccellenza. Quello in nome del quale si fanno guerre preventive, si controllano le e-mail e gli sms privati di tutto il mondo e si guarda storto il vicino in metropolitana perché di carnagione olivastra. Come c’è capitato di vedere dal vivo un giorno, in un vagone tra Lepanto e Barberini a Roma, con la gente impazzita nel fuggi fuggi solo perché un pio pendolare se ne stava immerso nella recitazione del rosario. È «Il fascismo con un volto islamico», così Christofer Hitchens, giornalista e scrittore – che in una precedente intervista pubblicata in queste pagine è definito «uno dei più vivaci sostenitori del regime change in Iraq, che sostiene da sinistra» - ha chiamato i terroristi fanatici musulmani dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. «“Fascislamismo”, “fascismo islamico”, “nuovo fascismo”, “nuovo totalitarismo”. Sembra che l’ultima moda nella “guerra al terrorismo” stia nel rinnovare la denominazione “fascista” e nel ritorno della retorica anti-totalitaria», così spiega il fenomeno Cedric Housez, redattore di “Tribune et décryptages”. Secondo Hitchens, che rimprovera alla sinistra europea l’incapacità di vedere nell’islam un regime reazionario, il radicalismo e il fascismo coincidono: «Condividono il culto del leader e il culto della morte che in qualche caso è positivo perché autodistruttivo». Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, il movimenti politici-religiosi Hamas e Hezbollah, le milizie irachene e Al Qaeda: queste le realtà del fascismo in salsa islamica che  - sempre per Hitchens – non è ribellione degli oppressi ma «un movimento degli oppressori», «volontà di creare un impero anzi di ristabilire un impero perduto».


Su quest’argomento però, Hitchens è in sintonia con il comunista Oliviero Di liberto, se questo spiega riferendosi all’intervento in Iraq – in un convegno dal titolo “Fascismi di ieri e di oggi - che «il quadro della guerra è tipico di una deriva culturale bellicista di natura fascista». Da Diliberto, poi, anche una lezione sull’orizzonte antropologico del fascismo: per il fascista «la cultura e la buona educazione sono un optional. Anzi un po’ di volgarità fa bene. È l’idea fascista del “me ne frego”. È l’idea fascista del machismo. È l’idea fascista per cui le donne in televisione, mi scuso per la volgarità (!), sono essenzialmente tette e culi ed il problema è risolto». Ordine e disciplina, tette e culi in parata ai Fori Imperiali dunque. Deve essere stato un aggiornamento della mistica a suo tempo espressa dal grandissimo Ugo Tognazzi (tra l’altro celebrato interprete di eroi fascistissimi, come Arcovazzi ne “Il Federale”), quando diceva “mai pretendere le donne sul piano intellettuale, ma solo sul piano orizzontale”, ma ecco infine Marco Travaglio, il più apprezzato degli oppositori di Silvio Berlusconi, depositario di una rivelazione degna di tutte le migliori cause: «Sentii parlare di “pericolo fascista” nel gennaio del 1994 e proprio dall’ultima persona da cui me lo sarei aspettato: Montanelli». Un Montanelli, lo stesso Montanelli, in anni lontani accusato di essere fascista!, cacciato dal Corriere della Sera proprio perché fascista!, padre professionale e maestro di Marco Travaglio a sua volta accusato di essere fascista! e squadrista!. Nemmeno il polisemico vocabolo “babbaluci”, ossia “lumaca”, che pure contiene tanti significati, in termini d’insulto può competere con la pluri-pluri-polisemica parola “fascista” anche se siamo tutti cornuti!, bavosi!, portancoddu!, e stricanterra!. Tutti babbaluci.

 




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24 luglio 2008

Un anno di Memorie.




Io sottoscritto Buttafuoco Pietrangelo, vicino di desk a “Panorama” di Rapisarda Antonio dichiaro di compulsare, consultare, controllare, leggere e godere il suo blog, quello che oggi festeggia il primo anno di vita. Alle mie personali felicitazioni si aggiungano quelle di Puca Carlo, altro vicino di desk, nonché compare, il quale del suddetto Rapisarda fa previsioni assai lusinghiere: “Diventerà una star dell’informazione televisiva”. In attesa che lo diventi, prima ancora di essere dal di lui medesimo Rapisarda dimenticati, gli facciamo oggi, in data odierna, vivissimi auguri. Senza nulla pretendere.  

                                                                                    Pietrangelo Buttafuoco e Carlo Puca



Qualcuno rischierà di pensare che io sia Berlusconiano… Non so che Dire! Non so se Silvio venendo a Casa mia, rovistando tra le mie letture e le mie passioni, sarebbe contento se fossi annoverato tra i “suoi”. Posso dire però  che Lui è bravo, ma teniamoci lontano dalle definizioni. Io Voglio stare dalla Parte del Giusto. Su una cosa mi posso sbilanciare: tra Antonio e Ottaviano sarei stato dalla Parte del Futuro Augusto. Buon Compleanno Memorie

                                                                                           Fernando M. Adonia



Davvero un bel traguardo, quello raggiunto da questo blog. Ho cominciato a scrivere i miei articoli perchè mi piaceva l’idea di un terreno dove poter depositare i miei pensieri senza alcun tipo di filtro. Col tempo è diventato una palestra utile per il percorso lavorativo che ci aspetta, caro Antonio. E anche se gli spunti di discussione, talvolta insanabile, sono numerosi, considero questa esperienza un arricchimento.

                                                                                                              Giuseppe Malaspina



Riflessione e confronto. E’ questo ciò che mi viene in mente pensando a “memoriedallinvisibile”. Nato solo da un anno, ha già raggiunto una sua maturità e un suo stile, guadagnandosi la stima di tanti fedeli visitatori. Da semplice blog si è trasformato oramai in qualcosa di più: un contenitore di pensieri, un luogo ‘caro’ a coloro che amano ‘scavare’ nei fatti, non  limitandosi alla semplice e fredda cronaca. Buon compleanno!

                                                                                                                Fabiana Cusimano



Questa è una piccola piazza. È il posto dove un gruppetto che non si conosceva ha imparato, perché ce n’è sempre bisogno, a ragionare e ad ascoltarsi. E poi, soprattutto, è una piazza di periferia, uno di quei posti dove non vieni né per ostentare né per guadagnare. E il fatto che sia così ben frequentata, nonostante la rete sia così grande, la dice lunga. 365 grazie.

                                                                                                                         Pio Belmonte


Questo blog mi ha permesso di fare la giornalista, ma questa non sarebbe una novità se accanto a questo non aggiungessi la voglia che scrivere qui mi ha instillato, di riflettere e di imparare a guardare le cose anche da altri punti di vista. Insomma, sono cresciuta anche io insieme al blog, che in tutto quest'anno ha acceso le nostre discussioni e le nostre serate. In attesa di altri traguardi importanti, auguri alle nostre “memorie”.

Afra Fanizzi


Caro compare, ce l’hai fatta. Hai resistito un anno e ora lo posso dire. Quando mi parlasti dell’idea di creare un blog ti dissi subito, per esperienza, che la difficoltà non è nel crearlo ma nel farlo vivere. Ebbene tu l’hai fatto vivere. Con la tua saggezza intellettuale e con qualche nostro contributo (i miei per la verità un po’ rari..) hai costruito una piattaforma di confronto e scambio di idee. Tradizionalista nei valori e innovativo nella diffusione del pensiero attraverso i nuovi media. 
Complimenti e auguri.
 
                                                                                       Canio Smaldone           

 

Me medesimo – Memorie dall’invisibile – sentitamente ringrazia chi ha permesso l’esistenza e la crescita di questo piccolo spazio. Appena si è raggiunta, dopo un cammino irto e faticoso, l’agognata sponda di solito ci si riposa. Ma, come qualcuno diceva, “ciò che ci fa sorridere sta sempre all’altra riva”. E quindi noi, incoscienti viandanti, seguitando il nostro demone ci buttiamo ancora avanti.   
Mi inchino dinanzi ai tanti lettori, che hanno avuto e dimostrano di avere ancora la pazienza di cimentarsi tra le righe delle nostre follie.
Bacio le mani ai miei collaboratori, “gente tutta d’un pezzo/che non ha prezzo”. Senza di loro tutto ciò non ci sarebbe.
Seguo fiducioso i passi dei miei maestri, e li ringrazio per ogni istante e per ogni schiaffo.
Su me stesso, infine, dico solo una cosa. Devo fare di più.

                                                                                                                         Antonio Rapisarda




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11 giugno 2008

Italiani razzisti: verità, abbaglio o malizia?




di Fernando Massimo Adonia

Non è chiara quale sia l’immagine che in questo momento il nostro paese dà al mondo. Da più lati si addensano accuse di razzismo. E tutte contemporaneamente. Tanti stereotipi accompagnano l’Italia e gli italiani, molti di questi sono più che legittimi. Siamo accusati di essere mafiosi  e – a malincuore - lo accettiamo pure. È purtroppo frutto del genio italiano se la criminalità ha scoperto la possibilità fruttuosa di organizzarsi. Sciupa femmine? Accusa o vanto, lo siamo. Pizza, spaghetti e mandolino? Si, amiamo il buon cibo e la melodia. Che male c’è? Se stare a tavola non è solo soddisfare un bisogno, noi ci sentiamo maestri di convivialità. Lo sappiamo, politicamente siamo mariuoli e non ce ne vantiamo affatto, anche se non ci decidiamo mai a cambiare sto’ stato di cose. Ma l’accusa di razzismo che c’entra con noi !?  O si tratta di un abbaglio o c’è della malizia.

Stiamo parlando d’Italia, il Bel Paese con Roma capitale. La Roma degli Imperatori, dei Papi e del Rinascimento. Questi sono i fenomeni che hanno reso grande L’Italia. Questi sono i tre grandi affluenti che hanno alimentato lo spirito Italico. Forse è necessaria una digressione. Roma ha fatto conoscere al mondo lo Ius, il diritto. I romani non vollero custodire gelosamente questa intuizione, ma la vollero esportare al mondo. Uomini dallo spirito pratico, non badavano affatto a  legami di sangue o presunte discendenza divine. Per loro il Diritto era l’unico modo per regolare i rapporti tra uomini. E chi erano gli uomini? Tutti coloro che avevano forza per brandire una spada, lavorare la terra, applaudire al Colosseo. Un concetto ampio di umanità, dunque. Un popolo mai chiuso su sé stesso e sui propri confini, capace di portare ai vertici dell’Impero uomini di qualsiasi etnia. Sulla Roma Cattolica c’è poco da dire, la dottrina di Cristo dovrebbe essere nota a tutti: «Qui non c’è più greco o giudeo, schiavo o Libero». Anche se certa “scuola” ha voluto vedere nella Cristianità l’origine dell’Antisemitismo, noi rispondiamo che la storia ha avuto uno esito diverso e meno scontato. E’ vero, sono stati i Papi a volere i ghetti, non però al fine di tenere sotto scacco i figli della diaspora, ma per preservarli in vita. La Chiesa però ha sempre condannato la messa a morte di un Uomo per fini razziali o religiosi, poiché persuasa dal principio che fino a quando un uomo è in vita, esso può convertirsi - anche se ebreo. Si può dire invece che nei secoli qualcuno ha approfittato del nome di Gesù per dare sfogo al proprio zelo, ma questi non sono eccessi riconducibili alla dottrina, ma alla sua strumentalizzazione. Rinascimento, un nome su tutti: Pico della Mirandola, autore della Dignitas Hominis. Dignità e razzismo fanno decisamente a pugni, si sa. In un momento in cui si discute sulle radici d’Europa, almeno possiamo mettere un punto su quelle delle cultura italiana. Tracce di razzismo? Zero.

Oggi l’Italia ha un compito: combattere l’immigrazione clandestina e le derive delinquenziali che da essa derivano. Il problema sicurezza è noto a tutti. Qui non si parla di bloccare l’immigrazione, ma di redigere delle regole chiare per salvaguardare tutti, immigrati compresi. L’asilo politico o il lavoro certo (quando c’è) non viene impedito a nessuno. Il voto di Aprile è stato chiaro: la gente ha premiato chi non ha balbettato sulla sicurezza. Vedi Lega, e di rimando il collasso dell’Arcobaleno. Anche la vittoria di Alemanno è dovuta a questo sentimento, accresciuto –stranamente- dai giornalisti, che hanno pompato una situazione già insostenibile. Dalla Spagna al Vaticano, un coro di no: criminalizzare la clandestinità è fomentare odio, al pari delle leggi razziali. Audace come accostamento, anche eccessivo. Lasciamo stare il Vaticano, ma la Spagna che diritto ha di giudicare? Zapatero non fu morbidissimo nel bloccare il flusso clandestino dalle Canarie. I mattoni dei muri di frontiera sono duri davvero, ma non ci siamo permessi di giudicare le decisioni di un governo legittimo. Ma che si fa altrove? In Germania si rischiano tre anni per i clandestini. In Francia vi è l’espulsione immediata. Gli Usa, al pari della Spagna, hanno issato mura divisorie sul confine messicano. In Australia si silurano le imbarcazioni dalla costa. Però solo l’Italia è razzista. E comunque in molti Paesi Occidentali, l’iter per essere ammessi implica la necessità di un lavoro sicuro, la continua comunicazione alle autorità sulla proprie condizioni economiche e una conoscenza condivisa delle leggi e della cultura del Paese ospite. Nessun anatema su questi paesi. Perché? La risposte ci sfugge.

La polemica è stata condita da altri fatti. I campi rom incendiati in Campania, ad esempio. Lì sì è parlato di razzismo, ma si è glissato su un problema più inquietante: la gente ha preferito farsi difendere dalla Camorra anziché dallo Stato. Si è parlato di Raid razzista al Pigneto, colorito da vessilli di indubbia connotazione, mentre tutto accadde per mano di un guevarista dalla fede incrollabile e per un portafoglio rubato ad una signora. Altra benzina sul fuoco razziale, mentre il problema è sempre quello della sicurezza. Anche i fatti della Sapienza sono stati risucchiati nel turbinio etnico. La presenza dei militanti di destra, solo perché di FN, doveva richiamare il leit motiv razziale in forza di un clichè consolidato. Unica aporia: loro erano le vittime, sia perché aggrediti fisicamente, sia perché gli è stato impedito di prendere la parola in una libera università statale. I censori? I “tolleranti” dei collettivi, gli stessi che hanno vietato al Papa di presenziare alla Sapienza. Gli stessi, ancora, che hanno manifestato contro il razzismo al Pigneto, tacendo sulla realtà dei fatti. La verità è che per quanto riguarda Roma, a molta sinistra “rode” di aver perso la sindacatura dopo più di trent’anni. Per di più a favore di un (neo, ex, post) fascista.  La stampa che lo ha portato al Campidoglio è la stessa che lo sta punzecchiando in attesa di una sua gaffe clamorosa - vedi all’estero le boutade del The Guardian. Non capiamo se questo atteggiamento ambiguo è finalizzato a riempire semplicemente i giornali o a macchiare l’immagine italiana per far riempire di boria i cugini inglesi e tedeschi. Meno male per loro che non abbiamo il vizio di sbirciare nei vizi di casa loro: su razzismo e intolleranza ci sarebbe tanto e tanto da dire.

In questo mare d’ipocrisia è stato destato anche Almirante dal sonno eterno. A vent’anni dalla morte, davanti ad un contesto di pacificazione che si voleva concludere con l’intitolazione di una via a Roma in suo onore, assieme a una per Berlinguer e Fanfani, ci doveva essere chi gettava un ombra maliziosa. Protagonista il PD Fiano che ha letto in aula alcune righe dal chiaro contenuto razzista scritte dal giovane Almirante su La Difesa della Razza. La risposta di Fini, a cui erano indirizzate le righe lette, è stata altrettanto chiara: «dico che sono vergognose le frasi lette, che esprimono un sentimento razzista che, purtroppo, albergava in tanti esponenti che, in alcuni casi, si allocavano a destra, in altri in altre formazioni politiche». Fini non ha abiurato nulla, ha solo reso palese che  un virus in quegli anni ha infettato tanti altri giovani oltre Almirante (Scalfari e Bocca, ad es.). Quello sì, fu un periodo oscuro della nostra storia, trascinati in un delirio razzista che non apparteneva né all’Italia e né al Fascismo. La malizia di Fiano sta  che lo stesso Almirante, in futuro, condannò quelle frasi e quel periodo. Restiamo fermi nell’assunto Socratico: Chi conosce il male non può aderirvi. Quindi, non scomodiamo i morti, soprattutto se con la sofferenza e la diffidenza di tutti, hanno, nella pratica, favorito il compimento della Democrazia in Italia.




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29 aprile 2008

A chi vanno i miei grazie per le diecimila visite

 

Che dire?

Grazie. Ai lettori, ai detrattori, ai fedelissimi, agli infedeli, ai naviganti, ai dispersi, ai ritrovati, alle idee, a chi ancora non l'ha capito (o forse l'ha capito più degli altri), a chi soffre, alla ragione e all'elogio di chi non ce l'ha, a chi ha colpa per non aver commesso, ad Eughenia, SER e Nick, ad Arturo B., alla pazza gioia che tratteggia in modo triste, alle cose da scoprire e alla riscoperta, a chi ci vuole male (noi in fondo gli vogliamo bene), alla rabbia, al sudore, alla fame, alle vette (ma anche alle discese), ai silenzi, a Fabrizio Salina, a chi non dimentica, a Marco Aurelio, a chi è umano troppo umano, agli interminati spazi. Ad maiora.
 

Antonio Rapisarda




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6 marzo 2008

Walter, l'imperatore "democratico"

 


di Fernando Massimo Adonia

Quello che segue è quasi un endorsement. “Quasi” perché chi vi scrive non vi dirà per chi vota, ma chiaramente per chi non vota: mai per il Pd del funambolico Veltroni. Finora all’ex sindaco della Capitale abbiamo concesso di tutto: dalle primarie pilotate alle civetterie con Berlusconi; dalla castrazione chimica alla scopiazzatura del programma della Cdl 2001. Abbiamo tollerato anche il vizietto di concordare le domande con i giornalisti prima delle interviste, altrimenti niente risposte. Siamo benevoli anche sulla sua presunzione di rappresentare il “nuovo” a tutti i costi. Abbiamo imparato a soprassedere anche sulla sua schizofrenia: non è affatto facile essere pacioccone in pubblico e despota con i suoi. Bisogna capirlo. Vivrà sicuramente con disaggio l’ostentare giovanilismo e il tarpare allo stesso tempo le ali al futuro movimento giovanile Pd. Ma fin qui tutto va bene. In fondo tutti questi problemi sono suoi e di chi se l’è scelto.

Ma la questione delle candidature è un po’ più seria, anche perché il problema di chi va in Parlamento è una questione di dominio pubblico. E come tale ci preoccupa. Non siamo più nella Prima Repubblica, dove prima si veniva messi in lista e poi ognuno si doveva cercare i voti col sudore della fronte. Con il Porcellum la composizione delle Camere è stilata dalle segreterie. Ed in questo caso Veltroni sta facendo proprio ciò che vuole. Pieni poteri all’Imperatore Democratico. Altro che 30% di opzione che aveva timidamente chiesto ai suoi dirigenti. È andato oltre, non solo ai diritti della dirigenza, ma a quelli della base. Fa e disfa a suo piacimento.

La Binetti, l’Opus Dei e Tettamanzi si stanno chiedendo ancora con quale criterio è stato candidato Veronesi. Sul suo nome non si gioca solo una questione morale, ma anche etica (scusate il gioco!). Non si può dare credito ad un pirata della bioetica che deve tutta la sua fama a Craxi e ai tanti malati che ha (economicamente) dissanguato, solo per dare una veste più liberal ad un partito che non ha sciolto ancora questioni di “vitale” importanza. Stesso discorso vale per l’accoglienza di Bonino e co., che peraltro si sono dovuti sentir dire che «bisogna vivere insieme la bellezza di una sfida politica con lo stesso entusiasmo», davanti alle lamentele per un accordo tradito. Chi ne mastica, sa che i posti sicuri esistono. E chi ne mastica, sa anche che è facile raggirare i patti quando il tuo alleato non ha presentato al Viminale alcun simbolo di riserva. Che volpone, Walter!

Lasciano un po’ di perplessità anche le aperture all’imprenditoria del Nord. Premettendo che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. E per dirla anacronisticamente con Bertinotti, non si può «stare con i padroni e gli operai». Premettendo anche che superare gli steccati fa bene a tutti, non si può rimanere indifferenti davanti alla discesa di Massimo Calearo, leader degli industriali vicentini. Già promotore della rivolta fiscale della Lega, titolare dell’inno di FI come suoneria del mobile, e già contraddittore di D’Alema durante una trasmissione di Santoro. Ora, vabbè la conquista del Nord produttivo, ma con che coraggio si può presentare all’elettorato un personaggio con questi tratti: «ambizioso, narcisista e veloce a saltare il fosso». Non sappiamo se sono questi i requisiti richiesti da Veltroni per rinnovare l’Italia. Sicuramente lo sono per fare saltare i nervi ai suoi compagni di partito. E non ci sono candidature di operai della Thyssen che tengano. La differenza tra novità e rottura è labile, ma la bruttura veltroniana è palese.

Ma la questione delle candidatura si fa più orticante man man che si scoprono i legami di parentela dei papabili. Anna Serafini in Fassino. Anna Maria Carloni in Bassolino. Linda Lanzillota in Bassanini. Anna Pollastrini, moglie del banchiere Modiano. Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Cardinale candidata in Sicilia. Non solo per i parenti si è trovato un posto, ma anche per i fedelissimi e i portaborse. Così Fioroni, ci ha dato una grande lezione di stile ritagliando un posticino per Lucina Pedoto, la segretaria. La Bindi ha piazzato il suo Salvatore Russillo. Tre posti sono toccati anche a Prodi; tre a Franceschini e uno a Parisi. Certo, se diamo per buono l’assunto di Berlusconi, convinto che in una legislatura i parlamentari che contano non superino la trentina, gli altri 900 bisogna distribuirli tra i propri cari: i seggi -persi per persi che siano- non si possono dare al primo sconosciuto. Meglio stare in famiglia. Peccato che fino a poco tempo fa la sinistra democratica si era prodigata, sguinzagliando comici, magistrati e Travaglio, contro la famiglia Mastella. E pensare che al contempo si era affaticata nella difesa di Bassolino, reo di un disastro vergognoso, mentre per Cuffaro hanno invocato la scura della santa inquisizione. Ora, nessuno dei succitati è un santo, ovviamente. Ciò che infastidisce è l’ipocrisia democratico-veltroniana. La superiorità morale di una certa area -semmai c’è stata- è finita da tempo. Sempre pronti a pugnalare gli altri, ma pronti a chiedere di non fare della «facile ironia» quando si tratta di porli davanti alle proprie magagne.

Ci spiace Veltroni, lei è come gli altri, se non peggio. Qualcuno lo avrebbe definito un sepolto imbiancato. Ma non vogliamo mettere in campo una certa prosopopea biblica. L’ambiguità sua è la stessa della sua area. Bertinotti fa bene a ricordarle da che parte stare. Forse abbiamo capito qual è il suo vero ideale: tutto per il Potere.




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15 febbraio 2008

Coalizzarsi è meglio



 

di Fernando Massimo Adonia

La legge elettorale è la stessa, ma nel giro di due anni è cambiato lo schema di gioco dei due allenatori. Nel 2006 il “5-5-5” di Oronzo Canà, protagonista del cult “L’allenatore nel pallone”, ha fatto accademia: due schieramenti tanto variegati, quanto ampi, totalizzanti e agguerriti. O di qua o di là, nessuna eccezione, arbitro incluso. Oggi lo schema in campo è un altro: tutti contro tutti. Senza esclusione di colpi e candidati. E si sa, con questo tipo di schema, sono i gradassi a farla da padroni.

La grande ipocrisia di Berlusconi e Veltroni è chiara: per snellire il quadro politico attuale bisogna smobilitare le coalizioni. Sul campo c’è spazio solo per grandi aggregazione partitiche. Niente più bipolarismo, solo bipartitismo. Due grandi partiti, due grandi candidati premier. Così spiegato, lo schema “Veltrusconiano” non fa una grinza. Peccato che una volta in campo, la situazione non sia proprio così: al momento si contano ben 12 minacce di candidatura. Berlusconi per l’embrione Pdl. Weltroni per il neonato Pd. Bertinotti per la sinistra che non matura. Giuliano Ferrara – sì, il direttore del Foglio - per la difesa dei feti. Tabacci per la Rosa Bianca. Casini (l’eretico) per la vecchia Dc. Mastella a difesa del diritto a essere voltagabbana. La Santanchè per La Destra (o quel che resta di essa). Boselli e Bonino per un Di.Co. che non riuscito. Roberto Fiore (Forza Nuova) e Luca Romagnoli (Fiamma): i due candidati della destra biricchina. Certo, se il quadro non è semplice ora, lo sarà sicuramente dopo che i molti candidati premier qui citati non entreranno neanche in Parlamento, lontani anni luce da quello sbarramento che si assesta al 4%. In un certo senso, anche se il Porcellum non è stato abrogato, con un paio di aggiustamenti e come se già lo fosse. Non so se i comitati referendari se ne sono accorti, ma la realtà è già mutata.

Ora qui si pone un delicato problema di Filosofia Morale. Lo spirito del Porcellum voluto da Berlusconi, non è affatto bipartitico. È richiesto solo un gioco di coalizioni, non altro. Questa legge ha costretto nel 2006 partiti, che tra di loro neanche si sopportavano, a stringere apparentamenti. Non perché lo volessero e neanche per lo spauracchio dei più livelli di sbarramento, ma solo perché lo voleva Berlusconi. Oggi che non lo vuole più, si permette il lusso di rifiutare il sostegno di realtà più che disposte a portarlo a Palazzo Chigi. Tale atteggiamento è più che ricattatorio. Non ha senso - soprattutto con questa legge - chiedere: o ti sottometti a me, o muori. Non ha senso dopo la bagarre dell’autunno passato, che ha contrapposto Fini al Presidentissimo, chiedere a Storace di sciogliersi in un partito d’ispirazione PPE, dopo che se n’è uscito da AN, con l’approvazione di Arcore, perché non riteneva coerente l’incontro tra la destra post-missina e la tradizione popolare. Non si può pretendere lo stesso neanche da Casini, benché i suoi uomini sono a buon diritto nel gruppo parlamentare del PPE: lo erano prima che Silvio scendesse in campo, e lo saranno per molto tempo ancora dopo che Fini ci sarà finalmente entrato. L’identità non può essere ricattata. Almeno, non al prezzo di una coalizione tra il leader di FI e quello di AN. Non si può negare che questa arroganza nasce dall’idea che Berlusconi, stavolta, non ha bisogno di nessuno, o almeno così la si pensa dalle sue parti. Ma rifiutando l’arma delle coalizioni non vedo come possa rimanere così sicuro, soprattutto al Senato. Siamo sicuri che il Pdl in Sicilia non avrà bisogno dell’aiuto dell’Udc e dell’Mpa per assicurarsi il premio di maggioranza? O dell’ausilio de La Destra di Storace in altre Regioni? E dell’ Udc + Storace in ogni altro singolo collegio. I conti non li sappiamo fare, ma non siamo così certi che il Pdl possa lasciare andare degli alleati che, tutto sommato, sono stati al governo 5 anni con Berlusconi, senza mai tradirlo (Follini escluso).

Ora, non vogliamo essere ipercritici. È ovvio che il processo di aggregazione iniziato con la nascita del Pd è da stimare come più che positivo. Snellire il quadro politico è doveroso, anche perché la realtà lo impone. Il divorzio consensuale tra Pd e la Sinistra Arcobaleno, non nasce dallo spirito impavido di Weltroni, ma dalla presa d’atto che riformisti e massimalisti non possono governare assieme. Capendo ciò non avrebbe avuto senso tenere in vita l’Unione. Al contrario, non avrebbe avuto alcuna logica, da parte democratica, rifiutare una coalizione con l’Idv di Di Pietro, dopo un decennale idillio programmatico. A destra, Berlusconi dovrebbe tener fede a ciò che Weltroni nei fatti ammette: se assieme si lavora bene, perché pestarsi i piedi. Se non ho motivo di separarmi da mia moglie, perché la devo lasciare fuori dalla porta? Silvio si dovrebbe far guidare dalla ragione, e non dovrebbe fare passi più lunghi della gamba, almeno ne non è necessario. Ciò è contemplabile però solo se ha in mente ha altri progetti. È più che evidente che questa strategia non porterà né Pdl né Pd al governo. Non avranno i numeri necessari. La prossima legislatura sarà all’insegna della Grosse Coalition. Già lo hanno deciso. Chi? Berlusconi, Fini e Weltroni. Hanno già programmato una fase costituente con Silvio premier, Fini alla Farnesina e Weltroni vice-premier con deleghe varie. La prima fase di questo patto sta funzionando meravigliosamente: trasformare nella pratica il Porcellum in un sistema alla tedesca, senza passare dal referendum o da Montecitorio, ne è solo un assaggio prelibato.

Questa è l’era del terzo triumvirato.




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27 dicembre 2007

Sulle vecchie maniere e i veri uomini d'onore!




Fonte: Corriere.it

Zuffa tra preti alla chiesa della Natività

Lo scontro tra greco-ortodossi e armeni intenti a fare le pulizie


BETLEMME - Sono volate le mani, ma anche scope e pietre, fra preti greco-ortodossi e armeni intenti a fare le pulizie all’interno della Chiesa della Natività a Betlemme. La zuffa è scoppiata mentre i religiosi stavano tirando a lucido la chiesa per le prossime celebrazioni del Natale ortodosso e armeno all’inizio di gennaio.

Pomo della discordia, lo "sconfinamento" di alcuni ortodossi nella parte armena della basilica. Per sedare la zuffa è dovuta intervenire la polizia palestinese. Nel frattempo, quattro litiganti sono rimasti lievemente feriti. Costruita sul tradizionale luogo della nascita di Gesù, la Chiesa della Natività è amministrata congiuntamente dalle autorità cattoliche, greco-ortodosse e armene apostoliche. Ogni minimo gesto o atteggiamento che uno dei tre gruppi possa considerare un affronto, può far risorgere vecchi e imperituri attriti.


Cosa vuol dire identità! A.R.




permalink | inviato da Memorie dall'invisibile il 27/12/2007 alle 16:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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