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Di quello che penso e scrivo potreste, anzi dovreste, non avere bisogno.
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Quello strano sentimento che a volte fa andare da un'altra parte. Nonostante il vento.



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19 gennaio 2009

Obama e Sarzozy, eredi di Chatwin



di Antonio Rapisarda
(www.ffwebmagazine.it 19/01/2009)

Un'ideale staffetta di "viandanti". Tra il 18 e il 20 di questo inizio 2009 si celebrano due momenti  diversi e importanti. Oggi si ricordano i vent'anni dalla scomparsa dello scrittore "avventuroso" Bruce Chatwin. Martedì, invece, il mondo intero accoglierà il primo presidente di colore nella storia degli Stati Uniti, Barack Obama. A prima vista quasi niente unisce i due avvenimenti, se non un mera vicinanza cronologica. Ma se si considera la vicenda del neopresidente e si riporta poi alla mente il motto per eccellenza dello scrittore e viaggiatore  inglese  - «Che ci faccio qui?» - non risulta complicato accomunare in un certo senso le esperienze dei due. Uno rifiutava i sogni radiosi della "dittatura" del progresso e dell'ideologia declinati in qualsiasi colore, l'altro è chiamato adesso a dare una risposta a una nazione che chiede di essere portata fuori dalle maglie dello scontro di civiltà. Da un'ideologia, per l'appunto.

«Già, chi meglio di Chatwin poteva incarnare l'irrequietezza delle generazioni post-ideologiche degli anni Ottanta e Novanta?», così Roberto Alfatti Appetiti dalle pagine del Secolo d'Italia ha ricordato il perché dell'amore di una generazione per gli "altrove" di Chatwin. E questa stessa inquietudine è la chiave del successo dei "tipi nuovi" della politica mondiale. Giovani, professionisti, smaliziati e con (quasi) niente da farsi perdonare. È la generazione Obama, ma - se si vuole- è anche quella "Sarkò". Se è vero, infatti, che il neopresidente degli Stati Uniti è la novità politica dell'anno, anche il francese Nicolas Sarkozy, il capo dell'Eliseo, dalla sua elezione continua a ricevere apprezzamenti ed estimatori bipartisan per la sua politica della "rupture". Proprio questa, la capacità di intendere la prassi politica come un "altrove" dove approdare, è una delle chiavi del successo dei due leader.

Ed è proprio l'immagine del viaggio, inteso come contaminazione, che accomuna infine questi tre personaggi. Se è vero che per l'autore di "In Patagonia" il viaggio non era solo un luogo letterario ma l'ideale ricerca di un posto dove identificarsi e riconoscersi, non stupisce che, nell'epoca del commiato dal Novecento ideologico, due fra i maggiori rappresentanti della classe dirigente internazionale abbiano, senza scandalo, una concezione particolarmente fluida e sintetica della politica. Rappresentanti essi stessi della contaminazione e della migrazione e "orfani" delle società stessa creata dalle famiglie politiche di provenienza, i due vincono e convincono proprio perché rappresentano al meglio lo spirito del tempo. Come Chatwin andò via ala ricerca di un approdo esistenziale, così il politico "viaggia" nei territori altri per esigenza di capire e scoprire nuove sintesi. E così come la condizione di partenza del nomade raccontato da Chatwin è di un senza terra, così il politico della post-ideologia ha in un paradigma da costruire - e quindi in un viaggio "politico" da affrontare - il suo presupposto di partenza.

E se la casa della politica, intesa apparato, è stata consegnata alla storia, l'intuizione di Chatwin torna a essere più che attuale: «La vera casa dell'uomo non è una casa, è la strada». E di "strada" Barack Obama ne ha fatta tanta. «L'obiettivo principale di un discorso di insediamento è catturare al meglio il momento in cui viviamo»: non poteva essere più anti-ideologico l'approccio che Obama ha annunciato per il suo discorso di insediamento. Atteso da un'altissima aspettativa, è proprio un regime di discontinuità quello che gli viene chiesto da una nazione ferita dalla crisi e dalla guerra.  A dimostrazione di ciò Obama, nonostante lo schieramento, più volte ha dimostrato la volontà di viaggiare anche nei terreni altri della politica. Non ha esitato, ad esempio, ad appoggiare nel 2005 una legge sull'immigrazione controllata, proposta dal suo futuro sfidante repubblicano John McCain. E, sempre in materia di carattere, ha fatto storcere il naso a più di un pacifista militante una delle sue ultime uscite sulla guerra: «Io non sono contrario a tutte le guerre, sono contrario alle guerre stupide».

 E se c'è un esempio europeo di tale modello quello è Nicolas Sarkozy, che fin dalle prime battute da politico non ha mai nascosto la sua indole di battitore libero. Pur all'interno di una storia importante, come quella del gollismo, il presidente francese - come ha notato Repubblica - «ama rimescolare le carte, violare i confini politici, collocarsi al di sopra delle parti». Appena insediato, non ha esitato a coinvolgere avversari e tecnici nella gestione delle riforme. E non è un caso, alla fine, che le sue ultime perfomance come presidente di turno dell'Unione europea - che lo hanno visto protagonista sulla crisi economica partita da New York - siano state salutate dal presidente dei socialisti europei con stupore e ammirazione: «Lei parla come un buon vecchio socialista», così gli disse Martin Shultz, presidente della delegazione socialdemocratica al Parlamento europeo.

Essere in movimento, quindi, come gesto di protesta che in politica deve necessariamente tramutarsi in proposta. E se la moglie di Chatwin ha definito il marito un «nomade e irrequieto camaleonte», non sembra un'eresia attribuire queste caratteristiche alla politica che vince. E siccome di "cambiamento" è fatto il viaggio - perché, come spiegava lo scrittore, il cammino porta ad «andare sempre un po' più in là» - non può più essere dogmatica la risposta politica alla crisi del momento. Come direbbe Chatwin, sarebbe un viaggio già fatto.


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12 gennaio 2009

Onore a Sansonetti



di Antonio Rapisarda (da www.ffwebmagazine.it 12/01/2009)

Hanno aperto l’ultimo numero scrivendo di averlo “fatto strano”. Tanto strano, diremmo noi, che in fondo piaceva anche dall’altra parte. Sì, l’avventura di Liberazione, il giornale diretto da Piero Sansonetti piaceva anche a destra,  e per più di una ragione. Per la scelta del metodo, per quell’essere impertinenti prima di tutto alla rigida marzialità della dottrina di partito che quarant’anni fa, ad esempio, liquidò con una girata di spalle i fatti di Praga. Ma questa stagione, per la volontà del partito-editore (e padrone) Rifondazione comunista, sembra conclusa.

Dalla rivolta di Seattle al terzo mondo, dall’omofobia fino alla strage silenziosa delle morti bianche. Sono tanti i temi che hanno contraddistinto la gestione vivace di Sansonetti. Ma, al di là dei contenuti e delle rivendicazioni, era l’approccio post-ideologico che risultava attraente. E che si conciliava del resto con i faticosi tentativi di Fausto Bertinotti di superamento critico dei tanti vecchi e nuovi comunismi, quelli “fieri di farsi polizia”, che mal si conciliavano con una sinistra che voleva reinventarsi.

Per quella stessa sinistra, adesso, si è proprio chiuso un ciclo. Dopo ladebacle elettorale, il “sanguinoso” congresso di Rifondazione comunista di Chianciano e la scomparsa di una figura carismatica come Sandro Curzi, adesso anche la fine di un giornale libertario e radicale, irriverente e curioso. Anche dell’altro da sé. Spazio schierato ma non settario è stato Liberazione. E anche un po’ guascone. Come testimoniano le pagine dell’inserto culturale Queer (che ha deciso di “suicidarsi” per solidarietà con Sansonetti e che nel numero speciale ha pubblicato alcuni pezzi storici) che ad esempio – in pieno congresso del Prc a Venezia – scandalizzò i delegati con una discussione approfondita sulle gioie del sesso. «Davvero un peccato. Mi hanno detto i dirigenti di Rifondazione – ha scritto Sansonetti - che devo andarmene perché non rispetto la linea del partito. Mi sono chiesto: ma qual è la linea del partito?». E l’interrogativo dell’ex direttore, così come di tanti redattori e militanti, si racchiude nella frase del suo ultimo editoriale: «Io ho paura». Per  quello che sembra essere un ritorno all’omogeneità e alla “purezza” del partito proprietario. 

«Eri un luogo chiamato libertà», ha scritto commosso uno dei redattori del giornale. Un altro si è spinto fino a citare l’avversario di sempre Silvio Berlusconi, definendo il quotidiano «la vera casa delle libertà».  «È morto il Re», direbbero a questo punto i sudditi (spaesati). Ma noi, nell’attesa di capire di che pasta sarà il nuovo Re, ci limitiamo a salutare così: «Onore a Sansonetti».

28 novembre 2008

Cesarismo e affini




di Pio Belmonte

Fini ha parlato di rischio "cesarismo" nel PdL. E' vero, non c'è dubbio, il rischio c'è.
Ma cosa farebbe Gianfranco Fini se diventasse lui il capo della PdL? Una sola cosa, molto semplice: anzitutto, delegherebbe ogni potere ai suoi fiduciari locali, scelti in base a personale affinità; secondariamente, darebbe loro il permesso di agire senza doverlo preventivamente avvisare, falciando secondo la bisogna chiunque si mostri in disaccordo non già e non ancora sulla linea nazionale, ma sull'azione personale del satrapo finiano di turno.
Fantascienza? Purtroppo no, questo è nè più e nè meno di ciò che è successo in AN, finora dalla sua fondazione. Molti ritengono che, addirittura, sia questa la causa principale dell'estinzione della classe dirigente locale di AN, e in definitiva, della stentatissima sopravvivenza di un partito che, il giorno prima delle elezioni, pare piaccia a tutti, mentre il giorno dopo si scopre, nonostante le fortune degli altri (FI e Lega, soprattutto), sempre relegata sul suo abituale 10-12 %, elettorato perlopiù vecchio e affezionato.
Questo scenario aspetta il Pdl in mano a Fini, e c'è di più: poichè tali sistemi tirannici non funzionano e sono politicamente inefficaci, prima ancora che moralmente disprezzabili, la vecchia AN è divenuta un covo di sospettosi e di traditori, alcuni dei quali dirigono le loro furberie proditorie, addirittura, proprio verso il "caro leader", come accaduto alle ultime elezioni politiche (parlo della Basilicata, ma suppongo siano casi frequenti), il quale, in mezzo ai raggiri dei supposti pupilli, ai quali ha demandato per anni ogni potere decisionale, nulla teme, e quindi nulla può per difendersi.
Qui in Basilicata, per esempio, non solo è cascato nel raggiro di un suo pupillo, ma questo pupillo ha avuto complice un fedellissimo romano del capo, traditore anch'egli, e non basta. L'operazione era rivolta sia ai danni di Gianfranco Fini e la sua linea decisionista, sia contro un protetto finiano di un'altra provincia della regione, certo grosso avvocato sindaco, e Fini non è riuscito a difendere nè sè stesso nè quell'altro poveraccio del suo sindaco. In effetti sia il truffatore che il sindaco hanno una anzianità di servizio finiana da fare invidia, ma adesso che il secondo ha pagato l'inanità del capo, presumibilmente, come una donna tradita, lo odia e vorrà rendergli pan per focaccia alla prossima occasione. E così via; roba da ridere, se non ci fosse da piangere.
E del resto, i suoi più piccoli, in fondo, giocano al massacro perchè costretti: per quanto la fiducia rimessa loro sia tanta, per ora mancano i voti e presto, mercè la smidollata adesione al predellino del Cavaliere, mancheranno i posti. Il che vuol dire, per molti vecchissimi leoni che hanno speso una vita per il partito, la fine di tutto, decisa con la leggerezza di una brezza matutina.
Poi bisogna essere onesti: queste cose succedono in ogni partito: chi riesce, chi viene spinto ai margini, chi fallisce, chi ha senza meritare. Ma in nessuna realtà politica monta un malcontento intimo e profondo come nel cuore di AN, disagio di militanti e dirigenti continuamente dissimulato e rintuzzato dalla paura di andare via, di rinnegare Almirante, e con lui ciò che resta della gioventù. In fondo si tratta di un partino non più nostalgico, ma fatto di nostalgici.
L'attuale interregno di AN risente di tutto questo clima. Larussa e Alemanno, a differenza di chi va via e di chi resta morendo lentamente, hanno deciso di rilevare la baracca, ed hanno preso a lavorare anche loro di artifizio e di raggiro: hanno spinto Fini nelle braccia di Berlusconi e lo hanno avviato ("I know my chickens" si saranno detti) ad una effimera quanto lusinghiera carriera istituzional-estera che dovrebbe imitare quella di un Prodi o di un Monti, aristocrazia burocratica alla quale il povero Nostro non avrà mai veramente accesso, per quanto ci si sbatta.
E tutto questo per timore del capo, che ha ancora molto potere e può azzerare fino all'ultimo le candidature dei loro uomini in ogni regione, decretandone in molti casi la fine politica.

Fini, come detto, ha paventato il rischio di cesarismo nel PdL.
Ma è meglio il Cesarismo di Cesare, del Cesarismo di Tizio, dico io.




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25 novembre 2008

Cabaret Voltaire, lo spettacolo di fine Occidente




di Antonio Rapisarda (Secolo d'Italia 25/11/2008)

Proprio perché farà discutere questo libro non poteva non essere dedicato da un polemista a un altro. Tra Pietrangelo Buttafuoco, l’autore, e Giuliano Ferrara, il destinatario, la distanza non si misura con la categoria politologica bensì con la differente visione di fondo che vede contrapposti l’immagine di un Occidente triumphans – quello dell’elefantino del Foglio – e quello patiens dello scrittore siciliano. Cabaret Voltaire. L’islam, il Sacro e l’Occidente (Bompiani, pp. 285, euro 18) ci restituisce Buttafuoco nella sua veste di figlio sradicato in un Occidente che per sentirsi vivo, oggi, deve brindare festoso al suo funerale. E Buttafuoco non si inchina e non si rassegna a quello che ha definito «il totem della modernità». Anzi. L’obiettivo è proprio quello di portarne alla luce «le fondamenta radicalmente ostili al sacro». E che dire, allora, se gli esecutori materiali (i mazzieri) – anche se non i mandanti – di questa bestemmia planetaria hanno finito per essere addirittura alcuni uomini che si collocano a destra? Sì, è proprio una certa destra, quella in salsa teo-con, quella che per lo scrittore e giornalista sta compiendo la «guerra al sacro», la stessa «mai portata a termine dalla sinistra». Quella che agisce e prolifica «in un mondo senza più rito e senza più il segno del rito». Attenzione però. Qui non ci troviamo dinanzi a una novità, ma alla fine di un percorso dove la vittima prescelta è stata sezionata, sfibrata e svilita della sua missione storica – che è quella di costituirsi come elemento fondante della parabola universale – per venirci restituita in un surrogato dove «le illusioni non hanno neppure bisogno di nutrire utopie ma solo formale enunciazione». 

Lo iato di questo continuum storico, il momento nel quale si è considerato sano «emanciparsi dal concetto della Provvidenza per affidarsi al principio meccanico della razionalità» ha un protagonista e una summa laica. Come spiega lo stesso Buttafuoco si tratta di Voltaire, uno dei principi dell’Illuminismo, quello della “sterilizzazione” secolarizzata della fede. È stato il filosofo a innestare nel dibattito l’assurda corrispondenza fra senso religioso e intolleranza. E quale migliore esempio che introdurre nella tragedia un po’ di “scontro di civiltà” ante litteram? Ecco allora "Il fanatismo ossia Maometto profeta", l’opera che – come ci ha spiegato Buttafuoco in una precedente occasione – «più di tutte ha indirizzato l’uomo occidentale verso la distorsione del sacro e, di conseguenza, verso la falsificazione storica di Muhammad, costruito come simbolo del fanatismo religioso. Un’operazione falsa e odiosa, così come la stessa idea che un capopopolo potesse nutrire tale sentimento nella costruzione di una grande civiltà». Come contraltare l’autore riprende uno dei grandi del romanticismo, lo scozzese Thomas Carlyle che, nel suo saggio "Gli eroi", individua il tratto dei grandi costruttori di civiltà. Gli stessi, da cui, la Storia prende forma. E il Profeta Muhammad è proprio una di quelle figure che – come scrive Buttafuoco – «per Carlyle ripropone il mito capacitante delle élite naturali e della forza del singolo come motore della Storia». Questi due tipi, entrambi inseriti nello spirito del tempo, consegnano la dimensione e l’entità della posta in palio. E i risultati si sono visti: in un Occidente che, accusa Buttafuoco, si è smarrito in una selva di atomi impazziti, è proprio la fine del pensiero teleologico che ha consegnato le chiavi della Provvidenza nella mani di una causalità meccanicistica. Del mito di una certa modernità – quella illuministica – lo scrittore ce ne svela la natura luciferina. Quella per cui, nella distruzione del padre, ossia l’Occidente, ne sono responsabili i figli che credono di compiere così cosa buona e giusta. Sono la destra e la sinistra – per come madama Rivoluzione francese li ha creati – e, prima l’altra e adesso l’una, si sono calate così tanto nella parte che davvero stanno per sconvolgere dall’interno la Storia. E "Cabaret Voltaire" indaga e denuncia proprio questo. Per riportare la “trasmissione” delle cose nel giusto senso, quello che l’autore ci propone in gran parte del libro è un viaggio. Buttafuoco, quasi novello Carlyle, traccia il percorso della Tradizione – e della spiritualità – nella Storia attraverso alcuni dei suoi protagonisti. E in questo racconto – dove il narrare è poi la caratteristica principale di questo straordinario autore – i suoi eroi, depurati dalla patina corrosiva e mendace dell’Illuinismo, vengono proposti per quello che sono. Proprio per restituirli e riporli nella categoria del mito: che per Buttafuoco è l’essenza dell’agire storico. Ecco allora l’ayatollah Khomeyni con la sua politica intesa come scienza spirituale; Francesco d’Assisi che andò a parlare col Sultano e che le marce per la pace le avrebbe di sicuro boicottate; Padre Pio che il demonio c’era e lo prendeva a cazzotti; Attilio Mordini e Mel Gibson che il Golgota lo ripresenta come «nervo che irradia nelle contraddizioni della modernità» e i protagonisti del Venerdì Santo in Andalusia e poi in Sicilia, dove il senso il sacro è così vivo, così intimo e senza traccia di folclore che in quel giorno anche «gli uccelli planano sbilenchi. Per quel che ricordo – nota lo scrittore – non hanno mai cantato il Venerdì». 

Tra tutte le suggestioni, i riferimenti e le storie raccontate nel saggio da Buttafuoco c’è un’immagine che sintetizza al meglio quello che ha significato per l’Occidente il trionfo della modernità vincente: «L’ombelichismo elevato a vertice della definizione di destino». Il tutto all’interno di una visione pragmatica che, spiega l’autore, si è sincretizzata con il peggiore cristianismo: «Una religione tagliata con la peggiore farmacopea eretica» di cui la destra bushista è stata la frontiera e, probabilmente, anche il punto di non ritorno. È solo grazie a questo sostrato se è stato possibile che i teo-con (che hanno rappresentato solo una suggestione politica minoritaria e, oggi, fortunatamente perdente), gli americani e un certo conservatorismo occidentale (quello degli ex sinistri) negli ultimi anni hanno praticamente fatto e disfatto quello che desideravano in tutto il pianeta. Insomma, se non avesse procurato la giustificazione ideologica di uno dei conflitti più discussi dal dopo guerra a oggi, quello in Iraq, rientrerebbe in quella che si chiama una fatua casualità. A farne le spese è stata nell’immaginario occidentale la gente dell’islam. Perché dall’Occidente ritenuto un popolo refrattario alle sirene della dittatura verso il “basso” dei desideri. E tutto ciò che questo occidentalismo non può assimilare lo combatte, ne fa “asse del Male” e vittima di «fobia, fanatismo e razzismo: l’ignoranza che fa da lievito all’attuale stagione di guerra al terrorismo». Per Buttafuoco, quindi, è proprio qui che la società occidentale deve recuperare il senso della dialettica. «Ma è l’islam che sveglierà la nostra stessa identità», afferma lo scrittore siciliano. Ma l’incontro non sarà il “luogo” di un dialogo ecumenico politicamente corretto, «perché la garanzia di convivenza pacifica con le altre confessioni non può essere quella laica, ma, per dirla con una categoria familiare agli europei, può solo essere ghibellina». I musulmani «sono i primi a volere i preti con le tonache, le messe in latino e il Santo Padre della Tradizione, non quello del dialogo interreligioso». Per Buttafuoco saranno gli islamici a darci uno schiaffo per farci destare dal torpore: «I musulmani arrivati nella modernità non se ne giovano di un cristianesimo sempre più minoritario, la Chiesa è diventata un immenso ministero degli Affari sociali in un mondo sconsacrato». Dove vuole arrivare l’autore? «Si comincia coi musulmani, si andrà avanti coi cattolici. È cominciata la cacciata dell’islam in tutto il mondo democratico, liberale e capitalista. Si continuerà poi con i cattolici e non coi protestanti o con le miriadi di altre sette parabibliche perché la Chiesa di Roma, anzi, la religione di popolo,è quella di Padre Pio per intendersi è irriducibile alle ragioni del neutralismo della civiltà borghese». È proprio di questo che Buttafuoco intende parlare con il suo amico di sempre Giuliano Ferrara: se è giunto il momento che si mettano d’accordo se questo Occidente sta sbadigliando all’alba o al tramonto.


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14 ottobre 2008

L'ultimo dei Freikorps




di Pietrangelo Buttafuoco (Il Foglio 14/10/2008)

Prima di portare a termine il prossimo putsch andremo a far riposare gli stivali fra i boa di struzzo e le belle gambe di una ballerina. Come Jörg Haider sul divano del Cabaret. Gli stivali sono una voluta esagerazione, ovvio. Già la sua bella faccia da Freikorps, infatti, regala quel giusto gusto di caserma al nostro disordine e sono solo le eleganti canaglie a saper fare malinconia nel frattempo che il mondo balla. Fantastici i Freikorps. D’ottimo umore e simpatici come sempre. Una bella ganga gaglioffa. Quando Haider cominciò a vincere tutto il mondialismo torvo – a passi alteri, fiutando a destra e a manca – gli rovinò contro tutto il parentado delle personcine.

Certi di non fraintendere i tempi della storia e l’ora culminante del destino – quando il morire è una disdetta – noi che traffichiamo con gli abissi ci faremo largo a colpi d’anca tra le piume. E leveremo un brindisi sul pelo vivo della tempesta.

Weimar è tornata e la terra è a corto di denari e di velluto azzurro. Un turbine d’allegria e l’arrivederci ai lunari del Danubio accompagna la cattiva sorte. E’ la fatalità che sorride dal parabrezza di una gran bella macchina nel chiudersi di una notte: sfondarsi il petto tra le lamiere, come Fred Buscaglione, il cantante italiano dei locali forniti di seltz, sfondarsi la vita nel frattempo che tramonta il mondo e l’Austria ritorna alla casa madre.

Andarsene, dunque. E le scarpe degli amici risuonano sul selciato portando fiori e lumini. Andarsene nel rimpianto per farsi raccontare quali dominatori del disordine – con la tuba in testa, in relax su un divano, tra le piume e le note del Cabaret – e restarsene nella febbrile agitazione di una stagione fatta apposta per chi finisce sotto il tavolo, tra i pigia pigia della gens nova.

Weimar è tornata e il Cabaret è la dimora di cui facciamo stratagemma, anzi, un passatempo. E’ l’ansia carnascialesca del buonsenso perché, a parte quelle di qualche banchiere, ci mancano le teste da spaccare. Quante impazienze, però, in attesa della zoppa e sciocca amministrazione della realtà. Ma un mondo dissipato non riesce ad arrivare ad un destino. Tutto è sempre di più Weimar e, desideratissime, con le coppe di champagne, arriveranno anche le Ceneri. Giungerà a tempo la redenzione della chiarità, ancora meglio se tra le eccelsi Alpi, tra le nevi, e questo nostro disordine si scioglierà nei lunghi corridoi dove le ballerine attendono prima di venire alla ribaltà. Weimar è tornata e al Cabaret ci si diverte attaccati alle cosce delle cerbiatte odorose di fragore. Nessuno si preoccupa della figura che fa. Detto questo Jörg Haider è stato assassinato.




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12 ottobre 2008

Ci salverà Afrodite?




di Antonio Rapisarda (Secolo d'Italia 12/10/2008)

Se si dovesse avverare l'intuizione di Jams Hillman - che parla di "fame della bellezza" come l'istinto che dovrà risvegliare il mondo moderno dal torpore e dalla crisi - l'Italia, patria del bello per destino, è destinata ad essere letteralmente invasa da orde entusiaste di esteti "rinati".
Ogni volta che James Hillman è ospite in Italia succede che il frutto dei suoi incontri diventi spesso e volentieri un libro. È già successo con la conferenza sul mito di Capri, da cui è nato “La giustizia di Afrodite”, e a Siracusa, dove un ciclo di lezioni tenute sei anni fa insieme al preside della facoltà di Architettura Carlo Truppi ha prodotto “L’anima dei luoghi”. Non si sa se anche la lectio magistralis che il filosofo, scrittore e psicologo americano ha tenuto martedì scorso sempre a Siracusa (su “L’anima dei luoghi. Il corpo nello spazio”) si tradurrà in un’altra pubblicazione. Ciò che è sicuro è che dalle sue conversazioni – così come dalle domande sulla storia, la società e il futuro di questa – James Hillman riesce sempre a declinare la riflessione secondo la sua originale e dibattuta ottica della psiche.

«Il mondo è un’esperienza estetica», ama ripetere lo studioso junghiano. E su questo - che è un manifesto, uno slogan e un progetto di vita - Hillman insiste, tanto da considerare il momento stesso della crisi internazionale come causa di un distaccamento dal canone della bellezza. La riflessione può partire dal concetto di “luogo” il quale, come spiega, «sta diventando ogni giorno più brutto»: dall’abuso edilizio fino «alla panchina rotta abbandonata sul parco». Per Hillman, insieme a ciò, anche «la politica rende il mondo più brutto e l’anima mundi ne soffre». A tutto questo e per tutto questo il rimedio dello psicologo è la “bellezza”.

«Coniugare estetica e politica, o bellezza e città, può sembrare un’idea decisamente azzardata ai giorni nostri, mentre era comune e fondamentale nella vita della Grecia antica». Così Hillman – nella prefazione de “La politica della bellezza” - spiega la necessità e l’importanza del fattore estetico nella prassi politica dell’antichità. E aggiunge: «Una popolazione turbolenta veniva placata dalla bellezza e dalla edificazione della bellezza». A questa constatazione si unisce poi l’avvenuta maturazione del pensiero dello psicologo, che dà al termine bellezza una veste neoplatonica: «Se l’anima, come dice Plotino, “è sempre un’Afrodite”, allora essa ha sempre a che fare con la bellezza, e le nostre risposte estetiche sono la prova dell’attiva partecipazione dell’anima al mondo». Da ciò si innesta l’intuizione del concetto di anima mundi: «La nostra psiche personale è sintonizzata con il presentarsi dell’anima del mondo». Non darsi una risposta, o ignorare l’impulso estetico della psiche è la colpa “storica” della società contemporanea. Proprio per questo sono chiari gli obiettivi polemici di Hillman: questa condizione di “ignoranza” del mondo è da addebitare all’economia, alla comunicazione e allo stile di vita in generale. E Hillman denuncia: «Se noi cittadini non facciamo caso all’assalto del brutto, restiamo psichicamente ottusi, ma siamo ancora affidabilmente funzionali come lavoratori e come consumatori». La depressione e la rabbia, allora, verranno addebitate – secondo lo studioso – ai rapporti umani del passato, e non invece alla violenza che «l’istinto estetico riceve nel presente». Come spiega ancora Hillman, «la terapia fallisce il suo scopo quando perde di vista l’importanza quotidiana che Afrodite riveste per l’anima».

Ma chi è e cosa rappresenta Afrodite? È qui che nascono, secondo lo studioso, i problemi per la società occidentale. Perché quest’ultima – con i suoi distinguo e le sue astrazioni - a suo avviso ha “intrappolato” Afrodite, la dea greca della bellezza. E allora, «invitare la bellezza nella psicologia» è la missione di “La giustizia di Afrodite”, il suo ultimo saggio tradotto in italiano da Silvia Ronchey. L’occasione del libro è stato appunto un incontro che si è tenuto a Capri nel settembre dell’anno scorso. In questa occasione, invitato a concludere la rassegna “Le parole degli dei”, Hillman ha cercato di fare giustizia della cattiva reputazione che la dea e i suoi seguaci hanno nella società, quelli cioè «che portano in ogni momento della giornata il segno di Venere nel loro modo di fare, parlare, vestire». Nel disprezzo che la disciplina e gli stessi psicologi manifestano per l’apparenza, discende anche la restrizione dell’idea dell’anima «alla sola invisibile interiorità degli esseri umani». Il motivo di questa restrizione allora va ricercato in quello che lo studioso chiama «il dilemma fondamentale del cristianesimo», cioè la divisione «della bellezza dalla bontà e dalla verità». In tal modo la filosofia cristiana e quella cristianizzata hanno scisso la nozione classica di “kalokagathón”, cioè di bellezza e bontà che erano racchiuse in una sola parola. Di qui la separazione tra etica ed estetica, del giusto dal bello, tanto che – spiega Hillman - «non crediamo che si possa essere insieme buoni e belli, morali e attraenti».

Hillman dà la colpa di tutto ciò al fatto che l’Occidente ha dimenticato le radici mitiche della bellezza. E insiste su un punto: «Sono fermamente convinto che se i cittadini si rendessero conto della loro fame di bellezza, ci sarebbe la ribellione per le strade». Entra in gioco, adesso, la sua “psicologia archetipica”, il cui compito è quello di ascoltare l'anima mundi facendo attenzione ad ogni elemento e ad ogni luogo del mondo perché l'anima li riempie di sé. Quest’ultima non appartiene all’uomo ma è questo che fa parte dell’anima del mondo. Così, ad esempio, fa l’architetto, che secondo Hillman non pensa ma viene “chiamato” dal luogo che deve essere costruito. E così non fanno invece la psicologia e la filosofia, dove la bellezza è stata svilita dalla sua matrice classica.

Della nascita stessa di Afrodite, sostiene il filosofo, non si comprende più la portata del mito. Separando la sfera morale da quella estetica, continua Hillman, non si è riusciti a capire come nella nascita della dea la sua presenza è legata profondamente al concetto di giustizia. Come racconta Esiodo nella “Teogonia”, ad accogliere la nascita di Afrodite sono le Horae (la “giustizia”, la “pace”, il “buon governo”) che sono il simbolo del giusto procedere delle cose, in un dato momento e in un determinato luogo. Bellezza e armonia, quindi. A questo punto, allora, diventa chiara la visione della bellezza per l’autore che – in “L’anima del mondo e il pensiero del cuore” – spiega come «la bellezza non è attributo, qualcosa sì bello, come un bel velo drappeggiato attorno a una virtù: l’aspetto estetico dell’apparenza. Se con il buono, il vero e l’uno non ci fosse bellezza, non potremmo mai sentirli, né conoscerli. La bellezza è una necessità epistemologica; è il modo in cui gli dei toccano i nostri sensi, raggiungono il cuore e ci attirano nella vita». Ecco la distanza che intercorre fra civiltà classica e popolo del razionalismo filosofico.

Ed ecco, allora, la necessità di quella che James Hillman chiama “risposta estetica”: «Se non ci battiamo, se non ci esprimiamo in favore del nostro senso estetico, quel velo funebre che è la conformità ottundente finirà per togliere ogni forza al nostro linguaggio, al nostro cibo, ai luoghi dove lavoriamo, alle strade delle nostre città». Bisogna indirizzare la protesta contro l’ottusità, invita Hillman, ciascuno può essere «un eroe del cuore», perché questa risposta individuale «va più in profondità delle consuete proteste sui generi, sul razzismo, sull’ambientalismo». Non c’è ideologia o volontà di strutture sociali, continua il filosofo, in quanto «siamo al servizio dell’inestinguibile desiderio di bellezza che ha l’anima».

Proprio dalla riflessione sulle esigenze elementari dell’uomo si può inquadrare anche l’intervento di James Hillman al “Social Summit” di Roma, incentrato sull’utilità sociale della paura. Per Hillman, infatti, «senza paura staremmo sotto al temporale senza timore dei lampi. È la paura che ci fa capire che ci sono dei pericoli». Questa, come le patologie della psiche, «è in sé sana». È, insomma, un’espressione della autonomia dell'anima, che crea angosce attraverso le quali si riesce a sperimentare la vita. Ascoltare l’anima è il modo, quindi, per affrontare le paure. Ma, secondo Hillman, c’è un rischio: «Lo Stato non può contare sulla paura come tale per produrre coesione sociale, anche se questo di tanto in tanto avviene, come nel caso dell’undici settembre». Qui, come spiega Hillman, «il vuoto delle parole coinvolge la nostra psiche, così come avviene per la disonestà e la retorica». Scongiurato questo, allora, ecco che l’allarme per una situazione di crisi può essere “utile”. Così lo studioso spiega la sua posizione sui problemi geopolitici e finanziari del momento, in un’intervista al “Corriere della Sera”: «Per me questo è un allarme salutare. Una sveglia per tutti, non solo per i padroni della finanza o gli uomini di Stato». Ecco che qui sta per Hillman la capacità dell’uomo e della società tutta di riuscire ad interpretare i segnali e i messaggi che il mondo lancia. Su questo punto Hillman ritiene che si dovrà essere necessariamente sensibili, ad esempio, ai temi dell’ambiente: il rischio, precisa lo studioso, è che l’economicismo, la distruzione dell’ambiente in nome del pragmatismo, possano essere dei sintomi di repressione della bellezza. Proprio tale visione del mondo, infatti, sarebbe un’ennesima prova della mancata comprensione del mondo occidentale del sentimento di armonia. Quello che svela la presenza intima di Afrodite.




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30 settembre 2008

Il nuovo zar?



di Fernando Massimo Adonia

Derive autoritarie? Dopo le gravi accuse di zarismo lanciate da Veltroni a Berlusconi, è doveroso interrogarsi su quale sia lo stato attuale della Democrazia Italiana. Premessa fondamentale: nelle altre democrazie, tali accuse, arriverebbero solo a ridosso di una guerra civile, soprattutto se dette dal leader dell’opposizione. In Occidente questi toni da scomunica non esistono: maggioranza e opposizione si riconoscono vicendevolmente, perché queste a loro volta hanno si riconoscono negli assunti democratici e nella logica dell’alternanza. Già nei nomi il richiamo alla Libertà, al Popolo, al Lavoro, è e deve essere palese. Condicio sine qua non affinché vi sia una bipolarità leale e fruttuosa. Ma in Italia , nonostante i risultati di Aprile, il bipolarismo (sive bipartitismo) è una prospettiva che stenta a decollare, soprattutto perchè spaventa ancora molti di coloro che nell’avversario vedono un nemico, un delinquente, da eliminare a tutti i costi.

La storia Repubblicana è ben nota. Nata dai fuochi di una guerra civile dolorosa e –da quel sembra- mai estinti, la Repubblica è stata percorsa da un fiume carsico d’odio che più volte è riemerso per portare l’Italia nel Baratro dell’illibertà. L’attentato a Togliatti, il golpe Borghese, le stragi: sono gli esempi drammatici di quanto si è rischiato. Oggettivamente oggi non vi sono più rischi per la tenuta democratica. Quando il Capo dello Stato è un ex-Comunista, il presidente della Camera è un ex-mussoliniano ossessione dal proprio profilo antifascista, vuol dire che pacificazione è fatta. Vincitori e vinti stanno tutti dalla stessa parte. Ma l’eco di quel linguaggio gravido d’odio –nonostante tutto- resta. Le parole d’ordine, si sa, fanno presa facilmente, scaldano rapidamente il cuore. Gli slogan arrivano dove i programmi arretrano. Dura Lex. Ed in questo momento, Veltroni, in totale appannamento politico, col rischio di essere defenestrato dalla segreteria, è andato sul sicuro: per la manifestazione del 25 Ottobre a Roma, «tutti contro Berlusconi!». Nella fantasia dei nostalgici, Silvio è lo zar da eliminare, i militanti PD i nuovi contadini all’assalto del Palazzo d’Inverno e Veltroni un Lenin improvvisato e poco convinto. Un quadro assolutamente inquietante, demodè e ridicolo.

Il Discorso del Lingotto è definitivamente cestinato. Questo è il dato politico: un passo indietro di almeno diciassette anni. Il tentativo “normale” di riforme condivise, nel solco di una democraticità sgombra dai rancori del passato, è svanito. L’ammodernamento ora rischia di passare esclusivamente dalle mani del premier. Qui l’autoritarismo e la monocefalismo non c’entrano affatto. Se l’opposizione si dilegua davanti al confronto, afflitta da crisi intestine, che passano in primo luogo su ciò che dovrebbe rappresentare il PD nella storia d’Italia e su ciò che significa democrazia nel complesso, non è colpa di Berlusconi. Tirare in campo Putin fa solo il gioco dei nostalgici (di qualsiasi schieramento). Se Putini passerà alla storia come l’uomo che ha ridato dignità alla Russia, ben venga l’accostamento a Silvio. Parte della destra non disdegnerà il raffronto. Se decidere sui problemi reali del paese -Napoli e Alitalia- è svuotare il parlamento rendendolo un “bivacco” di lacchè, ciò vuol dire che questa sinistra non ha una cultura di governo spendibile. La stagione Unionista –rimpianta oggi da molti PD- ha rappresentato la stagnazione per il paese. Checché ne dicano D’Alema e la Bindi. Il continuo discutere, proprio del governo Prodi-Schioppa, è un assoluta degenerazione. E lì non si può tornare. Soprattutto ora che gli autoritaristi palesi non sono più in parlamento. Linearità. Il vero riformismo va vissuto appieno, senza tentennamenti, e nel suo luogo più consono: la democrazia e le sue regole. L’esempio di Schröder prima e Steinmaier ora, per l’ Spd tedesco, dovrebbe dar coraggio e coerenza alla sinistra tricolore. Il PD e il suo leader devono assecondare la dicitura che portano nel proprio logo, devono adeguarsi alle regole e alla mentalità del XXI secolo, senza evocare raffronti improponibili per screditare il proprio avversario, che –nonostante tutto- è anche il Primo Ministro. Questione di lealtà istituzionale.

Per ora l’incontro tra democratici di sinistra e cattolici democratici patisce una grande assenza: la democrazia. E anche l’intelligenza. L’antiberlusconismo ha consegnato il paese nelle mani di Berlusconi. Dovrebbe essere chiaro. E ancora: l’antiberlusconismo ha consegnato l’opposizione ai magistrati e ai giustizialisti. Questa è la vera anomalia. Veltroni ha avuto nelle mani la possibilità storica di traghettare l’Italia e la sinistra nel XXI secolo, verso l’Europa. Se in Italia vi è un rischio per le libertà questo non proviene da Arcore, ma da quelli che vedono nel PD una variante del Partito Comunista. Le responsabilità è di Veltroni o dei suoi compagni? A questo punto non importa saperlo. Basta capire soltanto che in un contesto “normale”, anche il manifestare contro un governo in carica, solo perché ha vinto le elezioni e sta governando, è un paradosso. Fra cinque anni si raccoglierà il frutto di ciò che si è seminato. Per ora è giusto che qualcuno dica che la Democrazia è una affare serio e non un semplice gioco di poltrone.




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6 settembre 2008

Crisi in Georgia: l'Europa è tornata a fare politica?




di Fernando Massimo Adonia

«Abbiamo superato un momento pericoloso». «L’era di Yalta e delle sfere d’influenza non tornerà mai più». Parole non da poco. Commenti liberatori, espressi per bocca di Berlusconi e Sarkozy, dopo la riunione straordinaria dei ventisette d’Europa di martedì scorso a Bruxelles, convocata per valutare la crisi osseta e i rapporti con la Russia di Mednev e Putin. Ha vinto la mediazione della realpolitik in chiave continentale. Ha vinto la linea italiana: qualche bacchettata, ma niente sanzioni e nessuno stop al dialogo con Mosca. La Pace è salva, il gas anche e la credibilità delle cancellerie Europee pure. Soprattutto di quelle che durante gli anni della guerra fredda avevano i piedi ben saldi in Occidente e che durante la sanguinosa crisi balcanica non seppero trovare una linea comune, subendo così l’iniziativa USA contro Belgrado e la nascita della repubblica “islamica” del Kossovo.

Si, si: certi distinguo è giusto farli. L’Europa di oggi non è più la CEE dei dodici: si è allargata a quei paesi che prima subivano l’influenza moscovita e che ora si lasciano guidare ciecamente da Washington, quasi dovessero scontare un debito di riconoscenza, senza riconoscere all’Ue una missione storica. L’Europa di oggi non è più una semplice somma di nazionalità unite da rapporti commerciali, totalmente appiattita sulle linee americane, come negli anni della guerra fredda. Oggi non ci sono scelte di campo obbligate. L’Urss e il socialismo reale non sono più un pericolo per il ‘mondo libero’. Non sono più e basta. Neanche gli Usa oggi possono godere di una solitaria “superpotenzialità” economica, morale e militare sul globo, come è stato per tutti gli anni ‘90. L’Europa di oggi (quella ben salda in Europa) vede se stessa come una potenza in un mondo guidato da potenze, in un clima di cooperazione e lealtà. A differenza di dieci anni fa, anche la Cina, il Brasile e India hanno un loro peso globale e numerose possibilità di sviluppo economico e civile (si spera!). Non si può non considerarlo. L’Europa deve dunque fare la sua parte senza accomodamenti e sudditanze, non temendo di guardare con favore agli Urali. Davanti a un quadro simile, la politica di quei paesi come la Polonia e l’Ucraina, ma anche della Gran Bretangna, può risultare imbarazzante per il futuro dell’Unione. Ma martedì a Bruxelles l’Europa ha scoperto di essere unita, determinata e dalla parte del Giusto. Ottimo. Ogni preoccupazione è stata dissipata.

Il mattatore di Bruxelles? Berlusconi. A detta degli osservatori, la linea vincente è stata la sua. Un po’ come quando Mussolini salvò nel ’37 la Cecoslovacchia dalla furia nazista. La linea mediazionista di Berlusconi ha vinto attraverso – scusando il gioco - le sue mediazioni e il suo fare da ruffiano. Se l’Europa non si è piegata supinamente alle condanne americane, non assecondando una «versione dei fatti che vede largamente colpevole la Russia rispetto alla Giorgia», ciò si deve ad un ragionamento che Silvio ha esposto e convinto i suoi colleghi, Brown incluso (clamorosamente). Per Berlusconi c’è stata una provocazione di Tiblisi a cui è seguita una reazione di Mosca. Per qualcuno l’uso dei cingolati sul territorio georgiano è stata una reazione spropositata, ma alla domanda di Silvio su quale sarebbe stata una risposta proporzionata non è seguita alcuna risposta. Il criterio dei «due pesi e due misure» - denunciato da Sergio Romano su Panorama - che ha portato sempre il vecchio continente ad esprimersi in favore delle opzioni Usa davanti alla crisi internazionali a Bruxelles è valso a poco. Quindi: no condanne.

Un trionfo di buon senso che negli anni troppo spesso è mancato o se c’è stato ha avuto esiti discutibili (e non sempre a favore dell’Europa o della Pace) – anche da parte di Berlusconi. Si Ricorderà la presa di posizione del premier italiano, Aznar e Blair sulle armi di distruzione di massa in Irak. Peccato che quella fu una montatura clamorosa in chiave antieuropea che merita ancora delle scuse urgenti. Davanti alla nuova veste di Silvio come “defensor pacis” lo sgomento può essere lecito. È normale, oggi, che il suo affrancamento dalle richieste Usa possa dar scandalo anche tra i suoi: vedi Guzzanti che nei giorni scorsi chiamava – dalle colonne de Il Giornale- i tipi del Pdl alla difesa dell’atlantismo, rispolverando le prerogative di un “antisovietismo vintage” contro Putin. Fuori tempo o coerenti con le civetterie tra Bush e Silvio, a cui ci hanno abituato i due presidenti negli anni passati? Non lo sappiamo. Ora bisogna apprezzare la maturità di Silvio e la sua operosità in favore dell’Europa e della Pace.

Dopo le conquiste di D’Alema sulla pena di morte, le mosse di Silvio non fanno altro che cercare di tenere alto il prestigio italiano del mondo. Dopo troppi anni di anonimato, il valore aggiunto dell’italianità può tornare a essere motivo di garanzia di pace e civiltà per il mondo intero.




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4 settembre 2008

La morte celebrale è la fine?



di Antonio Rapisarda (L'Occidentale.it)

Un anniversario scientifico e un nuovo caso “eticamente sensibile”. È quanto emerso da una riflessione di Lucetta Scaraffia, pubblicata oggi su L’Osservatore Romano, che – a quarant’anni dal “rapporto di Harvard” – intende rimettere al centro del dibattito il concetto di “morte celebrale”. Dopo pochi giorni dalla vicenda di Eluana Englaro, la giovane ridotta in stato vegetativo la cui sorte ha scatenato un duello di competenze fra politica e magistratura, ecco un nuovo caso che coinvolge in prima persona l’orizzonte della bioetica. Nell’articolo l’autrice denuncia che «l’idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona, mentre il suo organismo – grazie alla respirazione artificiale – è mantenuto in vita, comporta una identificazione della persona con le sole attività celebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica». Secondo l’autrice, quindi, è tempo di rivedere il paradigma stabilito dal “rapporto di Harvard” che, nell’agosto del’68, stabilì il nuovo criterio di indicazione della morte, basato non più sull’arresto cardiocircolatorio ma sull’elettroencefalogramma piatto. Il punto centrale del pensiero di Scaraffia è la nozione di sistema nervoso: concezione rimessa in discussione «da nuove ricerche, che mettono in dubbio il fatto che la morte del cervello provochi la disintegrazione del corpo».

Il problema sollevato dall’articolo è strettamente legato a quello della donazione e del trapianto degli organi e al rischio – denuncia L’Osservatore – di confondere il coma con la morte celebrale. Preoccupazione che, nel concistorio straordinario del 1991, condivideva anche l’allora cardinale Ratzinger: «Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma “irreversibile”, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d’organo o serviranno, anch’essi, alla sperimentazione medica». Questa stessa presa di posizione si ritrova nel pensiero di uno dei due autori citati nell’articolo di Scaraffia, il filosofo del diritto Paolo Becchi. Lo studioso, parlando del suo volume “Morte celebrale e trapianto d’organi” (Morcelliana), spiega come la morte celebrale sia «un’invenzione creata a fini trapiantistici» Becchi, che è ordinario della disciplina all’Università di Genova, in un’intervista al Giornale chiarisce come «bisogna trovare una giustificazione etica ai trapianti. La giustificazione non è dire che quelle persone sono morte». Il professore si riferisce al suo rifiuto di considerare cadavere «una persona che ha 37 gradi di temperatura corporea, che è rosea in volta, calda al tatto».

Secondo Lucetta Scaraffia, gli interrogativi suscitati da Becchi e da Roberto De Mattei - autore di “Finis Vitae” (Rubettino) – pongono la Chiesa cattolica dinanzi a un interrogativo a cui deve ritornare a rispondere. Su questo, scrive la studiosa, la posizione ufficiale della Chiesa di Roma «consentendo il trapianto degli organi accetta implicitamente la definizione di morte venuta dal rapporto di Harvard, seppure con molte riserve»: una su tutte, il fatto che all’interno dello Stato Vaticano non venga utilizzato il criterio della morte celebrale. Sull’argomento è intervenuto padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, precisando che «l’articolo è interessante ma è attribuibile solo al suo autore e non al Vaticano». La Chiesa, quindi, «non modifica la propria posizione».

Nonostante questo distinguo ufficiale da parte delle gerarchie cattoliche, non sono mancate le dure reazioni da parte della comunità scientifica. «Riteniamo che l’articolo pubblicato da L’Osservatore Romano riveli la situazione di sbando della Chiesa cattolica», così la nota aspra di Maurizio Mori, presidente della Consulta di bioetica, che continua: «Non sapendo più come gestire le nuove tecniche preferisce gettare discredito su tutte le nuove tecnologie, venendo anche a rimettere in discussione i trapianti d’organo». Secondo Vincenzo Carpino, presidente dell’Associazione anestesisti-rianimatori ospedalieri, la morte celebrale «resta l’unico criterio valido, in mancanza di nuove evidenze scientifiche, per definire la morte di un individuo». Di «frange minoritarie» all’interno della comunità scientifica parla Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti, che spiega come «i criteri stabiliti ad Harvard sono diventati norma in tutti i paesi scientificamente evoluti». Di parere opposto la posizione di Lorenzo D’Avack, vice presidente del Comitato nazionale di Bioetica: «Sui criteri di Harvard relativi alla morte celebrale è necessaria una riflessione, ed i dubbi espressi dalla Chiesa cattolica sono legittimi».




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3 settembre 2008

Tutte le donne del presidente



di Antonio Rapisarda   (Secolo d'Italia 03/09/2008)

Tutti pazzi per Sarah Palin. Ma attenti anche a Michelle Obama. Ecco le donne "terribili" dei candidati presidente per le prossime elezioni americane di novembre. Protagoniste delle convention dei rispettivi partiti, oratrici appassionate, madri impegnate nel lavoro e nella famiglia, sono in prima linea per cercare di indirizzare le sorti del duello verso il proprio "uomo". Donne affascinanti e complesse, tra passi indietro forzati e nuovi ingressi a sorpresa, secondo gli esperti possono rappresentare il valore aggiunto del proprio candidato e, allo stesso tempo, anche un’arma utile per il gioco l’avversario.

In un’America desiderosa di sicurezza – a causa della grave crisi economica, unita allo sconforto del pantano Iraq - gli staff dei due partiti stanno puntando molto sull’appeal delle donne per creare un’immagine il più possibile rassicurante, in una campagna elettorale caratterizzata dalle "prime volte" di un uomo di colore candidato dai democratici, insieme alla prima donna vicepresidente indicata dai repubblicani.

A dare il via a questa contesa nella contesa ci ha pensato Michelle "lady Obama", moglie di Barack Obama. Il suo discorso inaugurale alla convention democratica di Denver ha rappresentato un momento importante nella strategia di "umanizzazione" della figura del marito. «Sarà un presidente straordinario», così l’aspirante first lady ha presentato il marito agli 85mila fan accorsi in Colorado. La missione di Michelle era, prima di tutto, quella di smentire coloro i quali tendono a dipingere Baack Obama come un intellettuale estraneo ai sentimenti dell’America "profonda". Suo marito, insiste Michelle, proviene «da una storia di lotte, opportunità e responsabilità simili a quelle che si trovano ad affrontare ogni gioro gli americani». Il suo discorso alla convention, tra l’altro, è sembrato essere più che speculare rispetto alle suggestioni dell’oratoria del candidato democratico: «E’ giunto il momento di ascoltare le nostre speranze, anziché le nostre paure». E infine, nel tripudio del "we can", «è giunto il momento di smettere di dubitare e di cominciare invece a sognare». Eppure, tra le fitte maglie della strategia democratica, qualcosa nei mesi scorsi è sfuggito: «Non sarà il futuro messia, che risoverà tutto con un colpo di bacchetta magica» – parola della stessa Michelle Obama in un’intervista a Usa Today. Per lei il marito «farà errori e dirà cose con le quali non sono d’accordo». Un invito a nozze, insomma, per gli avversari del Partito repubblicano, i quali ripetono come un mantra l’inesperienza amministrativa e l’inaffidabilità politica del candidato democratico. Ecco, quindi, le due facce della stessa donna: supporter fedele "ma anche" donna indipendente e con un passato da movimentista (famosa la sua tesi di laurea a Princeton dove sposava le rivendicazioni delle "Pantere Nere"). A tutto ciò si aggiungono poi le tendenze glamour della candidata first lady. Come non ricordare, ad esempio, che Michelle è stata giudicata "la donna più elegante del pianeta" nel 2008, secondo la rivista Vanity Fair. E Micelle Obama sembra anche non indifferente a un gusto decisamente poco "popular": lady Obama, infatti, è indicata come delle clienti dell’esclusiva boutique di Claudia Ciuti, che realizza scarpe di lusso in Madison Avenue a New York. Una donna eclettica, Michelle, al quale è stato affidato il compito di integrare i voti della classe media americana con l’effervescenza della "Obama Generation".

Dal fronte repubblicano, allora, arriva la contromossa più ad effetto che si potesse immaginare. È Sarah Palin, governatrice quarantaquattrenne dell’Alaska e prima donna nella storia nel ticket presidenziale per il Partito repubblicano. È lei, la hockey mum, il contraltare "nazional-pop" delle donne in carriera della Manhattan tutta liberal e sushi bar. Cacciatrice, sposata con un esquimese, madre di cinque figli, crede in Dio, nella pena di morte e nel possesso delle armi: l’ideal tipo della perfetta repubblicana. È lei che il candidato John "maverick" Mc Cain ha scelto per tentare il sorpasso sul rivale, giocando proprio su un tema – quello del "nuovismo" – che sembrava appannaggio esclusivo di Obama.

Ma anche lo staff repubblicano ha i suoi bei problemi da risolvere. Più che l’uragano "Gustav" – che alla fine è risultato essere più un’occasione per un recupero di credibilità del Grand Old Party che un problema – la convention repubblicana di Saint Paul dovrà riuscire a non intaccare l’immagine "pura" della Sarah nazionale. Tra i problemi che sono emersi, infatti, oltre l’accusa di riflesso da parte democratica sull’inesperienza politica ad alto livello della Palin, sembra che Sarah "barracuda" (soprannome suggestivo conquistato sui campi da gioco) da buona repubblicana abbia difeso la sorella fino a spingersi a commettere un abuso di potere con l’ex cognato. Come se non bastasse, ecco che arriva poi il colpo di scena: Bristol, la figlia minorenne di Sarah Palin, è al quinto mese di gravidanza. Sembrerebbe un duro colpo per la cultura perbenista della destra religiosa americana. E invece proprio questo potrebbe essere un ulteriore punto di avvicinamento con i sentimenti del paese. A quanto dichiara una nota del sito Politico.com, «i travagli della famiglia Palin non fanno altro che avvicinare il governatore dell’Alaska all’americano medio». Il ciclone Sarah, insomma, si dimostra – almeno nei sondaggi e nel boom di fondi raccolti da Mc Cain da quando è scesa in campo – una mossa azzeccata da parte del fronte repubblicano che è riuscito, nello stesso tempo, a riavvicinare gran parte dei conservatori del partito (attratti dall’intransigenza sui temi etici della pasionaria governatrice) e ad attrarre anche il pubblico femminile democratico delle deluse fan di Hillary Clinton, che non hanno ben digerito l’esclusione di quest’ultima dal duo presidenziale.

Due donne diverse Michelle e Sarah, testimoni e interpreti di due americhe distanti e allo stesso tempo presenti. E determinanti. Il voto presidenziale di novembre è più donna di quanto ci si possa aspettare.




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novembre