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17 luglio 2008

Su un amore ai tempi dell'odio

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di Pietrangelo Buttafuoco (il Foglio 12/07/2008)

All’attenzione del dottor Agostino Saccà, sua sede, in Rai,  vorremmo sottoporre il più travolgente bibbione sugli anni ’70 che ci sia capitato di leggere in queste giornate di calda estate. Giusto per distoglierlo dalle sue moleste vicende, giusto per farlo rinfrescare col vizio del bel raccontare, a lui che spetta la didascalia dell’Italia narrante, vorremmo segnalare “Quello che veramente ami”. E’ un romanzo di Riccardo Arena, edito da Dario Flaccovio editore, costa euro 13,50 ed ha pure prefazione e postfazione come candidamente accade in ambiti di tenerezza ma non lo prenda lui, il dottor Saccà – e non prendetelo voi, lettori – per un romanzo irrobustito da editing e canone letterario, ci sono troppi libri citati per far comunella con i riferimenti alati (pure Stendhal), ci sono scene imbarazzanti, come quella del Mein Kampf da portarsi nella bara per chiedere conto e ragione al Fuhrer di varie brutture, troppe volte ricorre la parola mentula tradotta in siciliano ed è – per l’appunto – uno scivolare nel luogo comune ma insomma, anche se i personaggi si ritrovano a leggere sfiziosi volumi e a scambiarsene opinioni, una scena magnifica già possiamo farvela vedere, anzi, sentire.
Si parla di un padre libraio. E fascista: “Insomma, mio padre espose un altro libro di Sciascia, ‘Il Giorno della Civetta’, e allora si presentò un distinto signore, vestito elegantemente, borsalino, abito grigio fumo di Londra e panciotto, il cappotto poggiato sulle spalle, il fermacravatta e i gemelli d’oro, e cominciò a dirgli che quello era un libro di fantascienza e mi padre serio a guardarlo e quello a insistere: ‘Sì’, diceva, ‘perché lo sanno tutti che la mafia non esiste e questo Sciascia, che è pure comunista…”. “Amico mio”, gli rispose mio padre, “Sciascia è comunista, io sono fascista, la mafia esiste ed esiste grazie alla democrazia e agli americani, che ce l’hanno restituita dopo che il camerata Mori aveva fatto pulizia, la mafia esiste, signor mio, ed è pure una gran merlata. E ora, se non le dispiace, raus, fuori”.
Bellissimo questo colpo di raus, un comando ruggito da un libraio, ex soldato, eroe della campagna di Russia, mutilato e perciò con una gambra di legno, un bellissimo personaggio quello del camerata Vittorio Corolla, una quercia di carne e sogni che fa da tramite ai due mondi lontanissimi: quello del figlio e quello della fidanzata di quest’ultimo. Siamo di fronte ad un grande amore impossibile e però ricco di vita, colpi di scena e sentimento. Un amore con le lacrime, di quelli che gonfiano il petto del pubblico, specie che già l’estate sta correndo verso gli autunni delle malinconie.
Non pensiate dunque, gentile dottor Saccà e voi, lettori, ad un romanzo da vetrina. E’ uno sceneggiato già pronto questo libro, affrontatelo perciò come un melodramma leggero leggero sugli anni pesanti pesanti e purtroppo odiosi, quelli che in Italia fecero spranga e pallottola di tante giovinezze, i Settanta, dove ognuno combattè una guerra di altri e remoti destini: quella dei fascisti e quella dei comunisti. Remoti ed estranei entrambi per quanto vicini e prossimi tra i dischi dei Nomadi, parco Lambro, San Babila, scarpe a punta e Fiat Cinquecento.
Un amore ai tempi dell’odio e della morte si potrebbe dire. Eros e thanatos tra il fascista “sanbabilino” Enrico Corolla detto il Tunisi (un immigrato, manco a farlo apposta) e Monica, la giovane pasionaria dell’Autonomia, nata bene, più che bene, con padre ricco e madre annoiata. Un amore verosimile che si innesta in uno scenario reale, nel quale abbondano le citazioni e i ricordi fra le pagine intense del romanzo e forse è un lapsus involontario determinato dal fatto che Arena, l’autore, è un formidabile cronista, attento perciò alla realtà sebbene sappia far commuovere, bravissimo a far scorrere i nomi e le facce del tempo. Così come con quei “cuori neri” già raccontati da Luca Telese. Enrico Pedenovi per esempio. Siamo, infatti, a Milano nel 1977. Anno scintillante e orrendo che segnerà il salto di qualità della contestazione giovanile da tutte e due i lati della barricata. Spareranno di più e mireranno in alto i comunisti, diventeranno spontaneisti armati e banditi i fascisti.
La “guerra” a Milano ha già lasciato le sue vittime e, per la banda di giovani neofascisti di cui fa parte Enrico il Tunisi, la morte di Sergio Ramelli – studente del Msi, un “cuore nero” sprangato da un commando “rosso” per morire a diciassette anni tra gli applausi compiaciuti del consiglio comunale di Milano - va vendicata. Qui avviene l’incontro fatale tra i due nemici: Monica, l’ex del capo del Collettivo, è l’unica ad accorgersi che quell’operaio della fabbrica di Bollate – unico lavoratore intervenuto all’assemblea - è un bluff. Il finto operaio è Enrico il Tunisi, in missione goliardico-punitiva. I comunisti saranno “puniti” con una fiala puzzolente. Fortunatamente.
Siamo a Milano quindi, e si gioca a rugby. Il rettangolo di gioco è uno dei luoghi di scontro del romanzo, dove si combatte una guerra parallela. Solo che qui la divisione dei nemici assume i contorni della dialettica sportiva, non dell’odio politico. È qui, infatti, che nel Clan giocano e combattono insieme rossi e neri e pure sbirri. E tra di loro vi è pure Enrico il Tunisi, che sogna di placcare e sfondare come il suo eroe Jean Pierre Rives.
Siamo a Milano ma la storia parte dalla Sicilia. Da lì proviene Vittorio Corolla padre di Enrico, fascista repubblicano, sciancato dalla guerra ed eroe insignito dal Fuhrer. Di professione, anzi, di vocazione, libraio. Ed è con lui che il protagonista e poi la sua amata confronteranno i motivi e le giustificazioni della loro guerra – figlia illegittima e stupida protesi di quella dei padri, come il vecchio più volte cerca di spiegare.
L’incontro tra Enrico e Monica è un bozzetto prezioso all’interno del romanzo. Uno di quelli, gentile dottor Saccà, da ricavarci i picchi d’ascolto: e per il confronto sociale tra la ricca borghese e il proletario in armi, ovviamente in ruoli di destra e sinistra ribaltati; e per le rivelazioni insite nel plot. C’è l’amore, insomma, quel padre guerriero che riesce a trovare il labile filo d’amore che restituisce la ragazza al figlio. C’è l’amore di quello che veramente ami. E qui siamo di fronte al maggiore dei poeti della nostra era: Ezra Pound. Il verso si completa così: “Quello che veramente ami, rimane, il resto è scorie”.
Dietro la sfacciataggine e l’incoscienza del giovane siciliano – che rischia l’incolumità dichiarandosi il provocatore travestito dell’assemblea - si scorge la voglia di normalizzazione che in fondo anima il cuore di due giovani ventenni alle prese con l’amore. Monica infatti, dopo un’iniziale reazione “democratica”, resta affascinata e intrigata dal fatto di conoscere l’altro da sé, un fascista. L’incontro, allora, diventa al tempo stesso l’occasione per entrare nelle maglie della contestazione extraparlamentare e del mondo giovanile che ha vissuto il ‘77. Tra partiti giudicati sistemici alle trappole dello stato “democristiano” e voglia di autodeterminazione, si scorgono i linguaggi, le peculiarità, le passioni civili e i rischi a cui andarono incontro centinaia di ragazzi durante quegli anni. In una città divisa in zone out per fascisti e piazza San Babila come uno dei pochi baluardi anticomunisti della città, l’amore fra i due giovani sembra essere l’unica forza pontificatrice in grado di far dialogare i due mondi.
Questi universi, in questo caso, smettono di essere paralleli e si intersecano per raccontarci di un giovane fascista siciliano di modesta famiglia che si innamora di una bella comunista del nord, figlia “non figlia” di una famiglia assente della borghesia industriale. Questa è un’altra storia nella storia. Contraltare dei familiari di Monica è il camerata Vittorio Corolla, figura presente e positiva, sconfitta ma nobile. Con lui la giovane ripercorrerà le tappe di un “vinto” che ha combattuto da figlio di una generazione nata in guerra. Guerra – è il rimprovero del vecchio ai giovani - «che non è un gioco. Non si può fabbricare in casa, pur di averne una a tutti costi».
Riccardo Arena cerca così – per sequenze - di tracciare il ritratto antropologico di una generazione che ha incarnato gran parte di quelle contraddizioni e di quelle idiosincrasie che l’hanno resa “insuperabile” per la scia di odio e di passioni di cui si è alimentata. Per questo motivo i piani narrativi del romanzo si intrecciano e lo trasformano in un racconto corale, in una storia italiana.
La battaglia politica cieca, allora, diventa l’incantesimo malvagio che non permette un amore felice tra i due. Questo amore impossibile rappresenta la manifestazione allegorica, in fondo, dell’incapacità di tutto un popolo di ricongiungersi e di riconoscersi. La Storia, sebbene non dolorosa come quella dei padri, anche qui “fagocita” i protagonisti del romanzo. Ogni azione compiuta richiamerà alle proprie responsabilità. Vittime di questo demone saranno i camerati di Enrico, travolti nel vortice dei provocatori di Stato. Vittime e carnefici saranno i tanti che ingrosseranno le file della lotta armata, inseguendo il mito di un’avanguardia che nascerà già come retroguardia.
Sopra tutto questo però, sopra alla grande e nobile spinta all’impegno politico di una generazione, ci sta – parafrasando ancora Ezra Pound – “quello che veramente si ama”. E, questo, (quasi) alla fine lo intenderà il meno dogmatico tra i due amanti, Enrico il Tunisi. Lui – salvando Monica dal “cupio dissolvi” della spirale della violenza di piazza - saprà compiere il gesto d’amore supremo, pre-ideologico e antinovecentesco per eccellenza: il sacrificio della sua libertà in nome della libertà di un altro. Non in nome di un partito, di una classe o di una nazione. Ma per il figlio suo che la “compagna” Monica porta in grembo.
Questo sarà il grande gesto, l’azione da Ardito, lo sfondamento da rugbista, che ricongiungerà Enrico alla saga dei suoi eroi. E tra gli eroi, magnifico, c’è un altro Enrico che spiega il nome del protagonista. Si tratta di un ufficiale tedesco in guerra, una di quelle figure meritevoli di abitare il paradiso delle vampe e dei fuochi. E, dopo ogni guerra che si rispetti, per ogni combattente viene il tempo della pace. Il duro tempo della pace che se non si conclude con la Storia, almeno si completa con se stessi. O col melodramma, unico filtro attraverso il quale depurare quei grumi di odio ancora vivi nel nostro Duemila e qualcosa. Ne faccia uno sceneggiato dottor Saccà, convochi i migliori attori, sarà una gran fatica convincere qualcuno a recitare il ruolo del Tunisi ma il successo ripagherà da ogni scomunica. A proposito, sempre per quei Cuori Neri, si prenda come consulente Luca Telese. C’è sempre più urgenza di scrivere la storia attraverso le emozioni.

 




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17 giugno 2008

Sui "diffidati" di Elisa Davoglio




di Antonio Rapisarda

Sono mossi e animati da un odio medievale, paleopolitico. Si scontrano per la propria squadra, per i colori della città. Ma ancora di più combattono per il proprio gruppo, per l’onore del clan. Tra di loro non vi è vincolo di sangue né di lignaggio: il gruppo è la Patria. Il lunedì, il giorno dopo la “battaglia”, uno di loro torna in fabbrica, l’altro in ufficio, l’altro ancora prepara la tesi. Sono gli ultras, fenomeno unico di ricomposizione sociale, e sono i protagonisti di “Onore ai diffidati” (Mondadori), romanzo d’esordio di Elisa Davoglio, livornese trapiantata a Roma.

La scrittrice, abbandonando la scelta di fare un reportage, è riuscita a tracciare - con un romanzo fresco e una scrittura piacevole - la parabola (discendente?) del fenomeno tifo in Italia. E lo ha fatto raccontando, intra moenia, la storia di formazione di Atala che viene iniziata, suo malgrado, ad un mondo tanto visibile nelle sue manifestazioni quanto criptico nelle dinamiche interne.

Atala è fidanzata con Luca. Lei è una bella ballerina ventenne e, come l’autrice, va via da Livorno. A Milano, tra il sogno di fare la ballerina e gli studi, viene assorbita dalla vacuità della grande città: si perde, non solo fra i grandi palazzi, ma anche dai suoi obiettivi, dalla sua stessa passione per la danza. Lui, Luca, è uno studente – comunista e laureando -, ma soprattutto è un ultras dell’ex Fossa dei Leoni del Milan, uno dei gruppi storici del tifo italiano. Fra i due amanti però c’è una barriera, un limes: è il mondo di quest’ultimo, fatto di stadio e di militanza politica nei centri sociali. Qui non c’è spazio per Atala, e lei non sembra neanche accorgersene.

Questo mondo a un certo punto si schiude quando Luca viene arrestato. Motivi di droga legati alla curva, questa l’accusa. Qui inizia l’avventura di Atala, che non crede alla colpevolezza e non si arrende a perdere con il suo uomo anche un punto di riferimento, l’unico in quella città. Compagni e guide di questo viaggio saranno personaggi diversi e dalle caratteristiche solo in apparenza contraddittorie. Tra ultras legati all’estrema destra, un commissario napoletano e un avvocato che difende i tifosi, Atala inizia a subire il fascino di un mondo che conosceva di striscio, grazie a Livorno, la sua città natale – dove calcio, mare e comunismo sono elementi uni e trini.

E così Atala scopre l’Onore: il motore immobile, che muove i protagonisti di questo girone di dannati. È l’onore che spinge Luca a non parlare con gli ispettori, neanche per difendersi; è in nome dell’onore che gli ultras legati alla destra aiutano Atala a capire cosa vuol dire appartenere a un gruppo – nonostante la militanza del suo ragazzo. Onore, per questi ragazzi, significa anche possedere il senso del sacro, soprattutto durante il momento “sublime” dello scontro: «Ho visto distintamente – racconta Atala, durante un corteo politico - l’ultimo degli striscioni, quello di “Onore ai diffidati” passare in fretta di mano in mano come una tela sacra da indirizzare veloce al tempio sicuro, da non corrompere nella passione».

E in nome di tutto ciò che la protagonista inizia anche un suo personale viaggio interiore: tra stadio, sezioni politiche e assalti, impara a conoscere l’odio e il gesto impersonale. Incontra banditi galantuomini, inaspettati palestrati innamorati dell’arte e Marco, bello, furioso e solo. Atala così ricomincia a ricomporre gli obiettivi della sua vita. Ciò la condurrà a ritrovare un punto di equilibrio. A ricominciare a danzare.

Curiosità e nessun giudizio morale: così la Davoglio è riuscita a intrufolarsi tra le maglie di una cultura violenta e ribelle, romantica e disperata. Da un codice etico infranto, anche allo stadio, dal business, dalla droga e dall’infiltrazione della politica, la scrittrice ha ricostruito il percorso dell’anima di questa sottocultura. Oltre l’estetica e il pregiudizio.




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19 maggio 2008

Su Gomorra, il film




 di Afra Fanizzi

Angosciante, perché alla fine il sole non torna a splendere. Nessun lieto fine per i protagonisti di “Gomorra”, il film di Matteo Garrone tratto dal romanzo di Roberto Saviano, uscito venerdì 18 maggio nelle sale italiane.

In Gomorra i cattivi sono brutti, spietati, pronti ad uccidere anche le donne, pronti ad usare bambini, a servirsi di loro, a renderli schiavi della camorra. Sì, perché della camorra si è schiavi, lo si diventa senza deciderlo, perché la camorra è nel vicino di casa, è nel padre in galera, è quella che fa campare, che porta i soldi a casa, nonostante tutto. “O con noi o contro di noi”, dice ad un certo punto uno dei personaggi e in quelle poche parole in dialetto, sottotitolate in italiano, c’è tutto il peso di una non scelta, di una libertà che puoi guadagnarti solo comprando la tua stessa vita.

La cruda realtà dei fatti, quella che lascia lo spettatore senza parole è il pensiero che quel mondo, fatto di sangue e pistole, non è poi così lontano, ma soprattutto non è irreale, immateriale. Un inferno a portata di mano, che ha fattezze umane, al quale non servono i sottotitoli per essere capito.

Il porto di Napoli diventa il fulcro di merci che nascono e muoiono: in un ciclo che non si interrompe neanche dinanzi a ripensamenti, neanche davanti a chi grida con tutta la sua voce “Io sono diverso da tutto questo”. Perché fra quelle terre contaminate, dove l’Europa versava la sua immondizia, la voce, quella della coscienza non la sente nessuno, i rumori degli spari coprono tutto.

Guardando il film, girato in stile documentaristico, le storie raccontate (cinque) a tratti sembrano scollegate fra loro e la loro potenza, il loro arrivare allo spettatore è data proprio da questo. Pur nell’apparente scollegamento fra le storie, tutti i personaggi sono in realtà uniti da un unico crudele destino: la camorra.

Una camorra che si alimenta della vanità dei suoi affiliati, una camorra che nei suoi eccessi scimmiotta i film di Brian De Palma, rendendo tutto ancora più stupido e inspiegabile, ma che in questo film non lasciano spazio ad una possibile mitizzazione dei personaggi. Insomma qui “padrini” non ce ne sono, qui il male è male e basta. Qui si muore, si è schiavi, niente ti salva.




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8 aprile 2008

Cosa mi resta di "Juno"




di Antonio Rapisarda

Premessa necessaria. Ho visto “Juno” non perché infervorato dalla querelle mediatica che lo ha accompagnato, ma perché (credevo) non ci stava niente di meglio da vedere al cinema. Detto ciò, ringrazio il Fato che ha stabilito che assistessi a un film intelligente e delizioso. Punto primo. “Juno” non è un film anti-abortista, nel senso che non credo che ci sia dietro un intento pedagogico o formativo. Punto secondo. Il film, di sicuro, non è abortista, nel senso che Juno, la giovane e spigliata protagonista, sceglie di tenersi il bambino e di donarlo in adozione a una coppia. Non compie, de facto, il gesto.

Uscito dalla sala, quindi, lo spettatore non esce “convinto” ma si sente “contento” del finale della storia. Perché? Probabilmente perché è bello pensare a una situazione dove dal caos si riesce a ricomporre il “cosmos”, dove un fatto enorme – come può essere una gravidanza indesiderata per un’adolescente – viene affrontato e si risolve nella ricomposizione di un equilibrio, complesso ma giusto. E perché quest’equilibrio sarebbe giusto? Perché porta giustizia a tutti i protagonisti della storia. Il lettore non creda, però, che giustizia sia sinonimo di lieto fine: tutt’altro, è un’assunzione ulteriore di responsabilità. Qui, a mio avviso, sta la caratteristica più interessante del film: nessun personaggio è lineare e non lo è neanche la trama. Non ci sono eroi, come non ci sono mostri. Esiste un fatto, e ci sono modi per affrontarlo.

La forza della storia, allora, è quella di essere assolutamente conforme ai tempi (e ai luoghi) nostri. La protagonista, di certo, possiede peculiarità sopra la norma, possiede un carattere e una predisposizione all’azione superiore anche al fidanzato imbranato. Juno riesce anche ad affrontare la facile ironia sul suo “fardello” da parte dell’orda scolaresca. Da sola riesce perfino a risolvere il problema dell’affidamento: trova una coppia desiderosa su una rivista di annunci – tipica testimonianza di pragmatismo americano. Insomma, in barba alle rappresentazioni di una gioventù senza idee e attributi, Juno rappresenta il contraltare, il polo positivo. Che sia chiaro: la protagonista non è un modello, non ha una visione chiara e completa della vicenda – anche se la scrittura del film, a tratti, la porta troppo “avanti” nel linguaggio, rispetto all’effettiva portata di una ragazza della sua età.

Juno, in fondo, cerca soltanto di uscire da un pasticcio che lei stessa ha combinato. Il punto è, però, che questa si assume anche l’onere di risolvere il problema. È qui che le doti della ragazzina - l’intelligenza, la sfrontatezza e la sensibilità – riescono a canalizzarsi su una linea positiva e diventano contributi per la costruzione del futuro. Non sono le strutture o le grandi opinioni a guidare il suo operato, ma l’istinto e una progressiva presa di coscienza rispetto al “veicolo di santità che porto dentro” – come lei stessa dice, nel migliore scambio di battute del film. La protagonista sembra accettare come naturale e “giusto” il sacrificio di sé per riparare a un fatto non contemplato ma possibile. Questo sacrificio, che dura nove mesi e che determina, con le sue trasformazioni fisiche, anche una diversa immagine di se stessi, porta Juno a diventare, suo malgrado, una donna. La porta, quindi, ha comprendere anche la disintegrazione della coppia di “yuppie” che si offre di adottare il bambino: a testimonianza di come nessuno, nel film, recita la parte dell’integerrimo.

“Juno” convince, commuove e diverte, quindi, perché la sua protagonista non è né cinica né patetica. È, solo, una gran donna. E ha fatto la cosa giusta. Diciamocelo.




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1 ottobre 2007

Il cacciatore di aquiloni




Continua la fortuna dI Khaled Hosseini fra i nostri collaboratori. Dopo "Mille splendidi soli" ecco la recensione del primo romanzo dello scrittore di origine afgana da parte di un nuovo collaboratore. A quest'ultimo va il mio benvenuto fra gli "invibili". 
AR

di Marco Crisalli

Come sotto l’effetto di una vorticosa psicosi “almodovariana”, la storia di Amir e Hassan, raccontata nel suo primo romanzo da Khaled Hosseini, si svolge in un Afghanistan dominato dai maschi, senza più femmine, senza più madri, ormai celate da un burqa, uccise o fuggite. In una terra dove la povertà, l’ignoranza e il pregiudizio rendono persino il sesso un’arma per uccidere: lo trasformano in violenza, lo annullano nelle perversioni e lo usano per indurre a tradire.

Le anime tormentate di un padre e di un figlio che si cercano da sempre, e quelle di due amici divisi dallo stesso sangue si perdono nella guerra. L’invasione russa cancella il futuro di un popolo, che a causa di un’idea, di una religione, si ritrova parte devastata di un impero.

Neanche il dolore rende uguali gli uomini ne “Il cacciatore di aquiloni”: c’è chi nasce per godere e chi per servire, chi per subire e chi per tradire, chi per sperare e chi per morire. Perché un hazara è

tale per tutta la vita.

E mentre distraggo lo sguardo dal libro, mi ritrovo seduto in platea al Teatro delle Celebrazioni a Bologna. E’ in scena Paola Cortellesi con il suo spettacolo “Gli ultimi saranno ultimi”. Una donna incinta e precaria, sta per perdere il suo posto di lavoro proprio a causa della sua gravidanza. E la morale: che i figli dei padroni saranno padroni, e i figli degli operai sempre operai. Come se vivessimo tutti in un grande Afghanistan, o come se gli Afgani fossero già in un piccolo Occidente.

Ma in questa storia l’hazara e il pashtun hanno lo stesso sangue: l’uno è fedele, l’altro è vile. E di nuovo un’ingiustizia, perché la fedeltà sarà ripagata con la morte, la viltà con la redenzione.

Mi perdoneranno per averli messi l’uno contro l’altro, perché in realtà non lo erano. La parola “contro” non può avere senso se non c’è parità. E un hazara e un pashtun non sono pari; la fedeltà e la viltà non sono pari; il padrone e l’operaio non sono pari.




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15 settembre 2007

Io..speriamo che non mi ammalo!




di Carmelo Marino

Sicko


Un film di Michael Moore. 

 

L’idea di Sicko (da sick = malato) nacque un anno fa dall’invito di Michael Moore rivolto a chiunque avesse avuto esperienze di malasanità di raccontare la propria esperienza sul suo blog. Le adesioni all’iniziativa furono subito numerose, tanto che il regista americano, dopo la batosta (in termine elettorali) di “Fahereneit 9/11”, decise di documentare il tutto dando così alla luce l’ennesimo coinvolgente lavoro e mettendo stavolta sotto accusa il sistema sanitario degli Stati Uniti: unico paese al mondo in cui non esiste sistema di assistenza sanitaria universale.

 

Il film riporta i racconti dei protagonisti, di persone, cioè, che si sono dovute ingegnare da sole per risolvere ferite o fratture, che hanno dovuto scegliere che dito farsi riattaccare dopo un' incidente perché non disponevano della somma necessaria per entrambi gli interventi. E sì, perché come abbiamo imparato dai numerosi serial televisivi ospedalieri che vanno tanto di moda, in America chi non è coperto da un’assicurazione privata deve disporre di grosse quantità di denaro per garantirsi le cure.

 

Tuttavia, come dice Moore stesso, questo film non parla dei 45 milioni di americani che non hanno assistenza sanitaria, né dei 18.000 che muoiono ogni anno per questo motivo. “Parleremo degli altri 250 milioni, che invece dovrebbero averla”. E in questo condizionale ironico si nasconde la triste verità di un sistema in cui la fanno da padrone le multinazionali assicuratrici, che, in nome del profitto si ingegnano in tutti i modi per negare le prestazioni agli assicurati oppure cercano di rimandare le cure dilazionando il più possibile ogni tipo di intervento sanitario. Un sistema questo fortemente voluto e difeso dai repubblicani, da Regan in poi, ma a cui non si sono opposti più di tanto i democratici di Clinton e moglie Hillary, sedotti anche loro dai “finanziamenti” delle lobby di assicurazioni private e industria farmaceutica. Un sistema che avrebbe dovuto garantire una più efficace copertura contro le malattie nelle intenzioni originarie, ma che, dati alla mano, ha relegato gli Stati Uniti intorno al trentesimo posto nella classifica stilata annualmente dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), con un tasso di mortalità infantile superiore a quello di Santo Domingo.

 

Quale sia la giusta alternativa a tutto ciò è evidente; il nostro regista visita Canada, Regno Unito, Francia e addirittura Cuba, raccogliendo testimonianze di medici, pazienti e gente comune. Dall’inevitabile confronto col sistema americano ne esce fuori un ritratto, fin troppo idilliaco a dire la verità, di paesi che hanno un sistema sanitario pubblico gratuito ma efficientissimo allo stesso tempo (i tanto antipatici francesi sono al primo posto nella classifica dell’Oms). Lo spettacolare viaggio cubano infine, per il quale il regista ha un procedimento penale in corso per violazione delle leggi sull’embargo, e per cui ha rischiato  il sequestro della pellicola, rappresenta l’apice dell’accusa mossa al governo americano. Moore infatti porta con se a curarsi alcuni volontari affetti da disturbi respiratori che prestarono soccorso al World Trade Center dopo gli attentati dell’ 11/9, all’Habana Hospital di Cuba. Qui i malati, a cui erano state rifiutate le cure in patria, nonostante la nazionalità vengono accolti caldamente dallo staff medico e ricevono cure zelanti. E quando alla fine una di loro chiede “Quant’è?”, riferendosi al conto da pagare, e l’infermiera risponde “cinque cents” scoppia tra di loro un pianto di consolazione.





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13 settembre 2007

Mille splendidi soli

 

di Giuseppe Malaspina

 

Chissà se i raggi del sole che riscaldano l’Afghanistan possano riuscire a cicatrizzare le ferite inflitte alle donne della sua terra.

Se lo chiedono Mariam e Laila, protagoniste dell’ultima fatica letteraria di Khaled Hosseini, giunto al suo secondo romanzo dopo il successo de ‘Il cacciatore di aquiloni’.

‘Mille splendidi soli’, che prende in prestito il titolo dalla traduzione di una poesia di un autore persiano del diciassettesimo secolo, non è semplicemente un affresco a tinte forti della condizione femminile nel territorio afgano, dagli anni settanta ai giorni nostri. Tanto ruvido nei contenuti quanto delicato nelle forme. E non si limita a descrivere un percorso storico solcato dalla repubblica, dal colpo di stato comunista e dalle guerriglie fra le fazioni che ne sono seguite. In una girandola di scenari in cui alle donne non è consentito guardare, se non dai muri della propria casa o dalla fessura del proprio burqa. Hosseini scrive piuttosto un romanzo per dare la voce a chi fino a poco tempo prima è rimasto muto. Il richiamo all’indignazione, sapientemente calibrato fra le righe di ogni pagina, coinvolge qualunque forma di emarginazione. Le ragazze “harami”, rinnegate dai propri padri, gli infedeli, o gli storpi, vittime della guerra. Che inevitabilmente avvolge nel rosso del suo sangue mujahidin e talebani, cittadini di Kabul e abitanti di Herat, forgiando un irripetibile legame fra due donne così diverse. A testimonianza di come si possa avere un “sultano del cuore” senza essere schiavi nel corpo. Prerogativa di chi sceglie di sacrificare la sua vita al senso di maternità, e non al culto della discendenza. E ripudia la violenza in tutte le sue manifestazioni. Quella fisica, celata all’interno delle mura domestiche, dove “quello che un uomo fa in casa propria, sono affari suoi”. Quella psicologica, esercitata esclusivamente per saziare un istinto prevaricatorio ai danni dei più deboli. E quella delle istituzioni. Politiche, militari e religiose. La cui logica è l’individuazione di un nemico, solo perché appartenente a un’etnia differente, la celebrazione di un eroe che ha immolato la sua esistenza alla causa bellica, e l’indicazione dei precetti da seguire per la salvezza dell’anima.

“… Non dovete parlare se non per rispondere. Non dovete guardare negli occhi gli uomini. Non dovete ridere in pubblico. In caso contrario verrete bastonate (…). Alle ragazze è proibito frequentare la scuola (…). Alle donne è proibito lavorare. Se vi rendete colpevoli di adulterio, verrete lapidate” sono imperativi che fanno rabbrividire se si pensa che l’anno in cui sono stati emanati è il 1996. Appena due lustri fa. Ma due lustri sono pochi per cicatrizzare le ferite.




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20 agosto 2007

Se un cretino bussa alla porta…



di Afra Fanizzi

Dentro ognuno di noi batte un cretino.

No, non è una battuta, ma è una deduzione a tratti scontata, che si può trarre da una commedia francese del 1998, intitolata “La cena dei cretini” (regia di Francis Veber).

Ora, il film divertente e dal ritmo veloce in quanto modulato sui tempi teatrali, riesce a far sorridere e a non annoiare lo spettatore che, sebbene non sempre si trovi di fronte a battute esilaranti, riesce a sorridere per tutto il film. Terminata però l’ora e mezza di proiezione il film, per quanto semplice, offre qualche spunto di riflessione.

Un borghese annoiato (stereotipo abusato) organizza con dei suoi compagni, altrettanto borghesi delle cene, ogni mercoledì alle quali ognuno porta un “cretino”. Il “cretino” in realtà è quello che tutti noi, con un po’ di puzza sotto al naso, chiameremmo “sfigato”. Che in realtà rappresenta la somma di tutte le nostre paure, che rappresenta tutto quello che potrebbe capitarci, ma che non osiamo immaginare: l’essere lasciati dalla persona amata, il fare un lavoro che non ci soddisfa e l’avere un sogno nel cassetto, che per quanto ridicolo possa essere agli occhi degli altri, è il nostro sogno. Insomma, la cena dei cretini, che nel film poi in realtà non si svolge, diventa il modo, per chi è arrivato a raggiungere una buona posizione, un momento nel quale si esorcizza la “sfiga”. Un momento nel quale attraverso una sorta di catarsi ci si osserva.

Come in uno specchio, il “cretino” davanti a noi, rappresenta tutto quello che non vorremmo essere, ma che potremmo essere, senza alcuna bacchetta magica. Una catarsi che come nella tragedia greca, permette allo spettatore di calarsi in una determinata situazione, vivendone il dramma. Questo basta per non rivivere una situazione del genere.

Il “cretino” di turno altri non è che il vecchio “scemo del paese”, solo che ora l’ambito in cui si muove è la grande metropoli. Quello che rappresenta, però, è sempre lo stesso: la nostra voglia di distruggerlo, per paura di assomigliarvi.




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18 agosto 2007

Rita Botto, una voce per le "le Verghiane"



di Giuseppe Condorelli

Nostalgica e raffinata, solare e mediterranea la voce di Rita Botto protagonista di una acclamata performance per il secondo appuntamento del Bidi Jazz Festival di Vizzini sul palco di una gremita Piazza S. Maria di Gesù. La kermesse musicale rientra nell’ambito de “Le Verghiane ‘07”.

VIZZINI (CATANIA).Potente e flessuosa, ironica e misteriosa come la Sicilia, la voce-strumento di Rita Botto si fa ora canto accorato ora ritmo languido e innamorato, ora cristallino grido di gioia ora di rabbiosa denuncia, lungo un’ora e mezza di “musica viaggiante” come lei stessa ama definirla. Un misto d’ironia e di una lingua sensuale, come il dialetto, “che suona”. Anche per questo Rita Botto frammezza le sue canzoni di stralci lirici, vero e proprio reading poetico in mezzo al concerto, di scioglilingua, di antiche nenie d’amore e di tradimenti. Agghindata di nero e di corallo, un filo di hennè sugli occhi, sul palco del Bidi Jazz Festival di Vizzini Rita Botto è una divinità mediterranea, fatta di voce, di ritmi contaminati, di radici siciliane. E il suo concerto è un omaggio alla tradizione musicale e culturale della nostra isola, seppur rivisitata e arrangiata in chiave jazz e non solo. Affiancata da una quartetto di ottimo livello – Carlo Cattano (sax); Ruggero Rotolo (batteria); Giuseppe Finocchiaro (tastiere) e Giovanni Arena (basso) – la cantante catanese ha riproposto molte delle canzoni tratte dai suoi due cd - “Etnea” e “Stranizza d’amuri” - accarezzando ora il ricordo immenso di Domenico Modugno con “U pisci spada”, ora regalando in veste di sensualissimo blues “Stranizza d’amuri”, straordinaria cover di Franco Battiato cui l’assolo di flauto di Carlo Cattano dona struggente profondità. Attraverso “Curri cavaddu” con la verve di una “vanniata” d’altri tempi, Rita Botto ci restituisce poi il canto dei carrettieri – e come non pensare, proprio nel borgo di Verga, all’incipit cantilenante della novella “La roba”? - per poi impennarsi, ne “La mavaria”, in uno scat trascinante così come negli scioglilingua, fino a pacarsi e farsi misuratissima nella jazz ballad con cui rivisita la celeberrima “Mi votu e mi rivotu”, vero e proprio cuore pulsante della serata. Insomma tra Battiato e Modugno, tra Rosa Balistreri e Otello Prefazio nel concerto di Rita Botto c’è tutta l’isola a tre punte, c’è la sua lingua-canto che lei modula pure dentro i suoi vasi di vetro e di terracotta con l’effetto di suggestiva lontananza. Merito di Rita Botto è quello di avvicinare il jazz ad un pubblico più vasto grazie ad una sintesi felice di tradizione mediterranea e world music: un impasto gradevolissimo che regale nel lungo bis finale oltre ad una “ninna nanna” e un tango, anche una “Ciuri ciuri” calda e arabeggiante. Prossimo appuntamento con il Bidi Jazz Festival di Vizzini è fissato per il 5 settembre con Francesco Cafiso e l’Orchestra Jazz del Mediterraneo.




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11 agosto 2007

Verghiane '07

 


di Giuseppe Condorelli

VIZZINI (Catania). Nel delizioso scenario naturale del quartiere di S. Giovanni, con la ripida scalinata che rigurgita di folla, nello stesso luogo nel quale era andata in scena nel lontano ’73, “Pentolaccia”, secondo appuntamento nel cartellone de “Le Verghiane ’07” – la kermesse organizzata dalla Provincia Regionale di Catania e dal comune di Vizzini - scava tra le pieghe del “sotto testo”, frugando nel mondo sommerso di un sottoproletariato contadino che ama e odia ma che in virtù della rivoluzione industriale comincia ad avvertire il bisogno del cambiamento: a vivere insomma “le prime irrequietudini del benessere”.
 
Ad una lettura più superficiale questa parrebbe una perciò storia “borghese”, strutturata secondo il classico schema del triangolo moglie-marito-amante: da un lato Pentolaccia, ingenuo, docile, dedito al lavoro e succube della moglie Venera, una donna senza scrupoli e senza valori; dall’altro Don Liborio, il dottore del paese – tutti i suoi affari in comune con Pentolaccia - che per ottenere dei “favori” della donna la riempie, ricambiato, di attenzioni fino all’epilogo tragico. Questa rilettura, nella quale Venera paga un prezzo altissimo per uscire dalla miseria, ci offre però uno spaccato su un mondo in bilico tra i “valori” della società contadina e quelli “nuovi” che la nascente società capitalistica ed industrializzata tende ad affermare. E’ qui il senso dell’acuto adattamento del regista Giovanni Ielo.

Pentolaccia (un Kastriot Shehi assai aderente) è in fondo la vittima, un altro vinto da una condizione economica che muove la moglie Venera (nei suoi panni Vanessa Scalera offre una prova incisiva ed ispirata) a tradirlo col “compare” Don Liborio (che Martino Duane esalta con una interpretazione sopra le righe) per cercare una via nuova al posto di una esistenza scandita da mentalità ancestrali e da una irredimibile sottomissione sociale ed economica. Questa messa in scena di “Pentolaccia” veloce ed incalzante - un’ora e mezza di teatro vero in cui c’è tanto Verga ma trova anche posto il teatro dei pupi - tocca così tutte le corde: la nostalgica e l’ironica nella riproposizione di un mondo scomparso e scandito dai ritmi naturali (cui donano vigore le musiche eseguite dal vivo da Carmelo Salemi); quella concreta e dura di esistenze toccate dalla miseria e dal lavoro massacrante; quella ferina e selvaggia di una Sicilia passionale e violenta; quella emancipata di Venera. E’ perciò il tema economico a spingere all’agire sociale, come se l’acquisizione della “roba” giustifichi le passioni “eversive” e peccaminose della protagonista. Applausi prolungati durante la rappresentazione e tripudio finale.




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