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Antifascismo, collezione 2008




di Pio Belmonte

Non che ci sia di nuovo qualcosa, nella posizione di Gianfranco Fini, espressa ieri a proposito dell'antifascismo. L'inaspettato crescendo dell'ideologo è stato sì lento, sì impercettibile, ma più che mai annunciato e prevedibile. Gianfranco Fini è un antifascista.
Come tanti ex-fascisti, egli ritiene che non si possa essere democratici senza essere anche, indistinguibilmente, antifascisti. Una costruzione che non merita, ai giorni nostri, tanta attenzione, ma che, siccome affermata con insolenza, non può non imporre a chi sa rispondere di ricacciare tanta ingiustizia nella gola dalla quale proviene.
Storia o non storia, l'antifascismo è sotto gli occhi di tutti, ancora nel 2008.
L'antifascismo fu l'ideologia con cui il PCI rivestì sè stesso di un alibi democratico.
Di fatto, subito dopo il fascismo, nessuno aveva bisogno del fascismo nè del suo opposto, tantomeno se tale opposto, poi, ne fosse una specie di surrogato di segno meno. Nessuno aveva bisogno, tra le macerie fumanti, di altre retoriche progressive, di altro odio persecutorio, di altri rinnegamenti. La gente aveva voglia, e bisogno urgente, di pace.
Ne costituisce prova il fatto che i fascisti se li litigassero come ad un'asta pubblica. Togliatti li voleva nel PCI, Pio XII li voleva nella DC, le pubbliche amministrazioni negli organici. E' naturale, il fascismo era l'Italia, e non si poteva prescindere da una intera nazione, per sostituirvene un'altra.
A questo livello il fascismo è morto; è il "caro estinto", divenuto antipatico e ingombrante, che se ne va. Qualcuno lo piange, qualcuno lo ricorda, altri tirano il classico sospiro di sollievo.
Poi succede qualcosa. Succede che il PCI annusa la possibilità di governare, ma nel clamoroso imbarazzo di farlo in uno stato "borghese", quindi spregevole e tirannico. Urge la dittatura del proletariato, o tocca trovare uno straccio di giustificazione al potere.
Il PCI, dal canto suo, non è in grado di fare una rivoluzione, perchè il patrimonio di voti che si è conquistato è un patrimonio evanescente, che sfuma in un attimo, se posto di fronte alla prospettiva di abbattere le chiese, di cannoneggiare le città e di chiamare i rinforzi russi per costituire i consigli di fabbrica. I comunisti italiani, al tempo, sono persone semplici, cattoliche, perbene. Sono socialisti rintronati.
E allora la soluzione, come del resto era normale che fossero abituati a pensare gli italiani di allora, la dà Mussolini. Viene riesumato il fascismo, ma questa volta non è fascismo vero. E' un fascismo legato dall'alto coi fili, funzionale al solo scopo di minaccia.
E difatti il fascismo, negli uomini che lo avevano fatto, continua a fare carriera politica, fratello tra i fratelli, nella nazione dove nessuno è estraneo. Tutti gli ex-fascisti che vanno a riempire i quadri dirigenti politici e istituzionali della nazione, come se niente fosse, portano avanti l'anelito novecentesco (e quindi fascista, seppure abusatamente) del progresso morale, del progresso tecnico e burocratico, della competetenza e del merito, almeno per qualche decennio. E scrivono leggi, approvano atti. Continuerà il senso statale e unitario della gestione pubblica, permarranno gli assetti sociali e industriali del paese così come li aveva voluti Mussolini. Lo stesso Benito nazionale, prima di morire, aveva scritto nero su bianco che un vero fascista avrebbe divuto seguire il destino d'Italia, qualunque cosa accadesse, facendo umilmente il suo servizio di cittadino, di padre e di figlio ecc. La figura del fascista golpista è profondamente antimussoliniana.
Mentre l'Italia fascista, con le sue idee, si integra nel nuovo clima e ne costituisce forse l'apparato meglio definito, riprende vita il fascismo; anzi, il pericolo fascismo.
E si scopre, per magia, che Mussolini è stato per gli italiani nientemeno di ciò che Hitler è stato per gli Ebrei; che il fascismo aveva impoverito l'Italia (che quindi, immaginiamo, prima era florida), aveva corrotto lo stato (che pertanto prima era una vergine martire). E si scopre soprattutto che il fascismo non era Mussolini. No. Il fascimo era una categoria storica  dello stato borghese. Nel fascimo si sublimavano le paure espresse il secolo precedente da Marx, il fascismo era la borghesia che tiranneggiava i poveri con la scusa della patria.
Era, il fascismo redivivo (o, almeno, redivivibile) la dimostrazione che, gira e rigira, Marx ha sempre ragione.
E indovinate, voi del 2008, quale paladino aveva dalla sua il popolo, contro tanta perversione? Ma il PCI, è ovvio.
E così, di progressione in progressione, fascismo diventa tutto ciò che non è marxista. Fascista diventa la borghesia, fascista diventa il clero, la fabbrica di proprietà, la voce troppo alta, il tram affollato, lo spazzino maleducato. Fascista diventa chiunque non sia comunista, perchè alla prova del nove non è antifascista.
Ve lo ricordate Longanesi che ascoltava, nel '42-'43 mi pare, seccato, il podestà invasato che guardava il sole e ne ammirava con piglio patriottico la bellezza? Egli supponeva che da un momento all'altro il suo fanatico amico, al sole, gli avrebbe dato del fascista. Ecco: l'Italia, di cialtroni così, di gente che giustifica il proprio potere evocando spiriti, ne aveva dovuti sopportare già, un fascismo-anti non serviva a nessuno.
Ed è per questo che tale astruso alibi politico, tale cialtronesca minaccia, per la quale si sarebbe dovuta cominciare una guerra preventiva contro un nemico putrefatto al solo scopo di consacrare il guerriero, non potè far breccia nella cultura che durante il boom economico, quando oramai, mercè madama borghesia, il presente era roseo e appariva sicuro, e il passato era abbastanza lontano da poterne sparlare, senza fare la figura di chi sputa nel piatto in cui mangia.
Che poi, a dirla tutta, fece breccia solo tra i ceti agiati.
Ma l'antifascismo non ha solo il carattere imbroglione di legittimare il PCI, facendo dimenticare ad un tempo che aveva meno voti della DC e che propagandava un regime tirannico a sua volta; l'antifascismo, come tutti i demoni, ha vita propria rispetto a chi lo evoca.
L'antifascismo si fa quindi in un attimo "memoria condivisa", e la guerra che fecero pochi vendicativi diventa la guerra di tutti, e così il PCI, senza forse nemmeno volerlo, è costretto dalla coerenza ad appropriarsi moralmente di una sequela di massacri che solo la fantasia può giustificare con la politica. A nascondere le foibe, a giustificare la volante rossa, a giustificare questo e quello purchè facessero qualcosa di antifascista.
La verità è un'altra.
La verità è che si uccise gente meno fascista dei loro carnefici. gente che in quelle paure marxiste di tetre dittature borghesi, di operai morti dentro le miniere, non aveva alcuna parte. Gente che aveva creduto giusto combattere lì, gente che poteva stare imboscata e invece, per spirito umanitario credette, rimbambita dall'idealismo del novecento, che l'umanità avesse bisogno di guerra, guerra e guerra per riscattarsi. Si uccise per vendetta, punto. E non si uccisero i cattivi, nè si credette di uccidere i cattivi, i carnefici, dacchè chi li uccideva spesso era disposto senza dubbi a portare il bolscevismo in Italia come fosse uno scherzo; si uccisero consapevolmente i militanti dell'ala opposta dello stesso delirante partito.
La riprova è nel fatto che, ad essere precipitati nella foiba di questo inganno sono stati anche i partigiani non comunisti, consegnati spesso ai tedeschi da altri partigiani, e infine umiliati dalla storia in cattedra col silenzio e la diffamazione. Via, fascisti anche loro, reazionari borghesi.
Come fascisti erano i ragazzi trucidati negli anni di piombo. Se Concutelli ammette di essere un assassino, Sofri (che militarmente vale una chiappa di Concutelli) si dichiara prigionier politico. Per forza: uno ammazzava persone dichiarandoli traditori, l'altro ammazzava gente dichiarandole fascisti; c'è una bella differenza, che fatico ancora, però, a capire.
Ecco l'antifascismo, ed ecco spiegato perchè un democratico può nascere tale (come non è capitato a me), o può diventarlo (e questo sono io), senza passare per la sezione locale del PCI.

Fa bene Gianfranco a dirsi antifascista. Egli lo è, e precisamente va ascritto nella categoria di quelli che vi sono arrivati per calcolo, che giustamente, in genere, sono i più zelanti.
A noi, Gianfranco, non può dare dei fascisti. Noi lo siamo stati meno di lui, pur essendolo stati meglio di lui.

E fa bene la sinistra ad attaccare Berlusconi e dargli del fascista (più o meno implicitamente). Egli è la fine dell'antifascismo.
Al presidente Berlusconi poi, Gianfranco, non può dare del fascista. E questa è la conferma che abbiamo avuto, dopo tutto il tempo passato a chiedere pace e ricevere bastoni, ragione.
Addio mamma, torno a primavera.

Pubblicato il 16/9/2008 alle 20.30 nella rubrica Diario.

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