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Il nuovo zar?



di Fernando Massimo Adonia

Derive autoritarie? Dopo le gravi accuse di zarismo lanciate da Veltroni a Berlusconi, è doveroso interrogarsi su quale sia lo stato attuale della Democrazia Italiana. Premessa fondamentale: nelle altre democrazie, tali accuse, arriverebbero solo a ridosso di una guerra civile, soprattutto se dette dal leader dell’opposizione. In Occidente questi toni da scomunica non esistono: maggioranza e opposizione si riconoscono vicendevolmente, perché queste a loro volta hanno si riconoscono negli assunti democratici e nella logica dell’alternanza. Già nei nomi il richiamo alla Libertà, al Popolo, al Lavoro, è e deve essere palese. Condicio sine qua non affinché vi sia una bipolarità leale e fruttuosa. Ma in Italia , nonostante i risultati di Aprile, il bipolarismo (sive bipartitismo) è una prospettiva che stenta a decollare, soprattutto perchè spaventa ancora molti di coloro che nell’avversario vedono un nemico, un delinquente, da eliminare a tutti i costi.

La storia Repubblicana è ben nota. Nata dai fuochi di una guerra civile dolorosa e –da quel sembra- mai estinti, la Repubblica è stata percorsa da un fiume carsico d’odio che più volte è riemerso per portare l’Italia nel Baratro dell’illibertà. L’attentato a Togliatti, il golpe Borghese, le stragi: sono gli esempi drammatici di quanto si è rischiato. Oggettivamente oggi non vi sono più rischi per la tenuta democratica. Quando il Capo dello Stato è un ex-Comunista, il presidente della Camera è un ex-mussoliniano ossessione dal proprio profilo antifascista, vuol dire che pacificazione è fatta. Vincitori e vinti stanno tutti dalla stessa parte. Ma l’eco di quel linguaggio gravido d’odio –nonostante tutto- resta. Le parole d’ordine, si sa, fanno presa facilmente, scaldano rapidamente il cuore. Gli slogan arrivano dove i programmi arretrano. Dura Lex. Ed in questo momento, Veltroni, in totale appannamento politico, col rischio di essere defenestrato dalla segreteria, è andato sul sicuro: per la manifestazione del 25 Ottobre a Roma, «tutti contro Berlusconi!». Nella fantasia dei nostalgici, Silvio è lo zar da eliminare, i militanti PD i nuovi contadini all’assalto del Palazzo d’Inverno e Veltroni un Lenin improvvisato e poco convinto. Un quadro assolutamente inquietante, demodè e ridicolo.

Il Discorso del Lingotto è definitivamente cestinato. Questo è il dato politico: un passo indietro di almeno diciassette anni. Il tentativo “normale” di riforme condivise, nel solco di una democraticità sgombra dai rancori del passato, è svanito. L’ammodernamento ora rischia di passare esclusivamente dalle mani del premier. Qui l’autoritarismo e la monocefalismo non c’entrano affatto. Se l’opposizione si dilegua davanti al confronto, afflitta da crisi intestine, che passano in primo luogo su ciò che dovrebbe rappresentare il PD nella storia d’Italia e su ciò che significa democrazia nel complesso, non è colpa di Berlusconi. Tirare in campo Putin fa solo il gioco dei nostalgici (di qualsiasi schieramento). Se Putini passerà alla storia come l’uomo che ha ridato dignità alla Russia, ben venga l’accostamento a Silvio. Parte della destra non disdegnerà il raffronto. Se decidere sui problemi reali del paese -Napoli e Alitalia- è svuotare il parlamento rendendolo un “bivacco” di lacchè, ciò vuol dire che questa sinistra non ha una cultura di governo spendibile. La stagione Unionista –rimpianta oggi da molti PD- ha rappresentato la stagnazione per il paese. Checché ne dicano D’Alema e la Bindi. Il continuo discutere, proprio del governo Prodi-Schioppa, è un assoluta degenerazione. E lì non si può tornare. Soprattutto ora che gli autoritaristi palesi non sono più in parlamento. Linearità. Il vero riformismo va vissuto appieno, senza tentennamenti, e nel suo luogo più consono: la democrazia e le sue regole. L’esempio di Schröder prima e Steinmaier ora, per l’ Spd tedesco, dovrebbe dar coraggio e coerenza alla sinistra tricolore. Il PD e il suo leader devono assecondare la dicitura che portano nel proprio logo, devono adeguarsi alle regole e alla mentalità del XXI secolo, senza evocare raffronti improponibili per screditare il proprio avversario, che –nonostante tutto- è anche il Primo Ministro. Questione di lealtà istituzionale.

Per ora l’incontro tra democratici di sinistra e cattolici democratici patisce una grande assenza: la democrazia. E anche l’intelligenza. L’antiberlusconismo ha consegnato il paese nelle mani di Berlusconi. Dovrebbe essere chiaro. E ancora: l’antiberlusconismo ha consegnato l’opposizione ai magistrati e ai giustizialisti. Questa è la vera anomalia. Veltroni ha avuto nelle mani la possibilità storica di traghettare l’Italia e la sinistra nel XXI secolo, verso l’Europa. Se in Italia vi è un rischio per le libertà questo non proviene da Arcore, ma da quelli che vedono nel PD una variante del Partito Comunista. Le responsabilità è di Veltroni o dei suoi compagni? A questo punto non importa saperlo. Basta capire soltanto che in un contesto “normale”, anche il manifestare contro un governo in carica, solo perché ha vinto le elezioni e sta governando, è un paradosso. Fra cinque anni si raccoglierà il frutto di ciò che si è seminato. Per ora è giusto che qualcuno dica che la Democrazia è una affare serio e non un semplice gioco di poltrone.

Pubblicato il 30/9/2008 alle 22.57 nella rubrica Articoli.

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